Addio al Ventennio

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I pensieri svolazzano errabondi agitati dall’unica coppia di neuroni sani che mi sono rimasti, in queste ore che precedono il mio trentesimo compleanno. Non mi fanno paura, i 30 anni, così come non mi atterrisce lo scadere del tempo in sé, né le cose che si porta via, dal viso liscio ai capelli neri al metabolismo che d’ora in poi è destinato sempre più a rallentarsi rendendo sempre più penosi i miei momenti di intimità con la bilancia.

Da questo momento in poi rientro perfettamente nella categoria sociale dei trentenni, che è un po’ come dire tutto e niente.

Non sono schifosamente felice ma nemmeno alla canna del gas. Non faccio i salti di gioia ma non passo nemmeno le mie serate ad ascoltarmi l’intera discografia di Marco Masini meditando pensieri cupi. Non sono di quelli che si fa prendere dai rimorsi e non dico che rifarei tutto uguale ma se proprio potessi tornare indietro eviterei di buttare nel cesso alcune cose che ho gettato distrattamente negli ultimi anni, vinto come sono dall’indolenza e dall’accidia. Insomma è andata come è andata, un po’ ho perso un po’ ho vinto, anzi, ho decisamente perso tanto ma al tempo stesso ho anche vinto al banco e a volte anche col minimo sforzo. E insomma io non so che cacchio dire a tutti quelli che di qui a qualche ora mi chiederanno come ci si senta ad aver varcato la soglia del tre.

Francamente preferisco non pensarci e proprio per questo motivo mi terrò occupato: ho organizzato un mega-festone per avere intorno a me le persone a cui più sono affezionato e mi sono regalato una breve fuga ad Amsterdam nei prossimi giorni per far sì che l’ultima coppia di neuroni possa ricongiungersi felicemente con gli altri confratelli innalzando i calici alla salute mia.  Happy birthday to me.

Baby pret a porter

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Se c’è un proposito a cui ero riuscito a tener fede con mia grande ed evidente sorpresa è che non avrei mai e poi mai comprato un capo firmato D&G. Lo giurai solennemente un bel po’ di anni fa, dopo anni passati a sbavare di fronte alle loro collezioni e ad ammirare estatico le creazioni dei due noti stilisti dalle riviste di moda.

Avevo comprato una tshirt - che ancora oggi conservo da qualche parte - che in brevissimo tempo è andata ad arricchire l’ampia gamma di capi che testimoniano il mio a volte infelice rapporto col guardaroba. Era una roba improponibile bi colore, metà rosso ciliegia e metà fucsia, con l’infame logo stampato tono su tono all’altezza del capezzolo destro.

Insomma avrei fatto prima a farmi un miniabito tutto tempestato di tessere dell’Arci, sarei passato meno sott’occhio e soprattutto non mi avrebbero scambiato con lo sbandieratore della Contrada della Cula Rotta al Palio di Siena.

Col tempo ho sviluppato un odio viscerale verso quelle due mentecatte. Le quali - è vero, bisogna pur riconoscerlo - sono quasi sempre bersagliate come emblema di una finocchiaggine persa e svampita, superficiale, tutta lustrini e puzzetta sotto il naso. Non che facciano qualcosa per risultare simpatiche: le loro interviste sono noiose come un film bulgaro sottotitolato in cecoslovacco, hanno sempre l’aria imbronciata come gli fosse rimasto impigliato un pelo del pube sulle tonsille e soprattutto non si schiodano mai quella cazzo di mazza in culo che si son ficcati per apparire, una volta tanto, meno saccenti e altezzosi. E sempre con quella storia assurda che loro son cresciuti dal nulla e poi le amicizie famose con la Naomi e Madonna e quegli aneddoti finti e artificiosi che si vede lontano un miglio che c’è qualche schiavetto che si preoccupa di scrivergli due righe da raccontare alla stampa. Perché ci scommetto le mie mutande con l’elastico floscio comprate al mercato che quelle due passano gran parte delle loro giornate completamente strafatte di chissà quale roba mentre un’orda di manzi usciti dritti da un film porno perlustrano curiosi i loro anfratti più reconditi col braccio.

Per quanto le parole appena espresse denotino una leggerissima punta di acredine nei confronti dei due sartini di successo, posso sinceramente affermare di aver da tempo risolto il mio personalissimo problema col marchio D&G facendo ben valere il mio diritto di consumatore e rifiutandomi categoricamente di acquistare capi griffati dalle loro mani sempre fresche di manicure.

Fin quando, l’altro giorno, sono cascato nella trappola.

Ero in cerca di un regalo per il mio adorato nipotino che proprio oggi compie un anno. Per quanto ultimamente le mie finanze siano precipitate in un abisso senza fondo, complice un paio di pomeriggi di shopping forsennato e senza criterio, sapevo già che non avrei badato a spese. Perché quel piccolo ometto mi ha riempito il cuore sin dal primo momento e regalargli tricicli e libri di favole e vestiti e scarpette e peluche e giochini di ogni sorta mi sembra il minimo sindacale che uno zio - ricchione e senza qualcuno al suo fianco che se lo sia pigliato - possa fare.

È stato così che  sono venuto a conoscenza del diabolico mercato della moda per bambini. In parte già conoscevo il fenomeno, vuoi perché non mi perdo un numero di Vanity Fair, vuoi perché tutto sommato sono pur sempre un pubblicitario e quel briciolo di professionalità che mi ritrovo ogni tanto lo uso per mantenermi aggiornato sulle nuove tendenze dei mercati.

Detto proprio francamente: trovo che la moda per bambini sia una pura perversione del marketing. E non mi riferisco a quei brand storici che hanno da sempre operato nel settore: parlo delle tante case di moda e delle tante cule stiliste che hanno invaso il mercato per ampliare il loro business: da quella mummia rinsecchita di Cavalli alle già menzionate Dolce e Gabbana, seguite a ruota da tanti nomi più o meno noti nel mondo fashion.

Quest’orda di assatanate strafatte di botox e cocaina ha trasformato un mondo più o meno incontaminato di abitini delicati e magliettine colorate in un giardino d’infanzia del Billionaire, certi di fare breccia nel cuore di mamme shopping-dipendenti, nonne e zii amanti delle griffe che bramano a vedere i loro pargoli in abiti già maturi come tanti piccoli puttanieri e piccole zoccole in erba. Ed è proprio questa la principale perversione su cui hanno fatto leva quei geniacci del marketing.

Già perché voi mi dovete dire se non è perversa l’idea di mettere ai piedi di un poppante un paio di Richmond o una camicia Blueberry o una felpa di Bikkemberg. Cosa mai vi aspettate? Che il vostro adorato figlioccio di sette mesi salti di fronte allo specchio dalla gioia? Che vi chieda espressamente un paio di Nike per uscire con la compagnia al sabato senza sfigurare? Vi aspettate per caso che la cuginetta o la nipotina che passa le giornate intere a sbrodolarsi - come è giusto che sia - vi metta le braccia al collo commentato grazie nonna, mi ci voleva proprio una ventata di freschezza nel mio guardaroba?

Che buona parte dei nostri acquisti in beni voluttuari siano frutto di un impulso che scatta nelle nostre menti vuote, questo era ben chiaro. Ma l’idea di far spendere anche cento euro per un paio di scarpette numero 20, che il poppante indosserà sì e no per una stagione, solo perché hanno il marchio della nostra griffe preferita o soltanto perché son tanto carucce è una pura mostruosità ed un chiaro segnale della terribile logo-dipendenza in cui siamo caduti, esseri abietti che non siamo altro. Lo stesso dicasi per le giacchette, le felpe col cappuccio, i pantaloni coi tasconi per povere creature che ancora devono imparare a camminare, tutine per la notte con fantasie accese, tutta robaccia che ha poco a vedere con il gusto per l’estetica ma che colpiscono dritto in quella smania raccapricciante di voler considerare i bambini come piccoli uomini e piccole donne in miniatura.E soprattutto, tutta roba prodotta a Taiwan oppure in chissà quale losco laboratorio cinese alle porte di Prato a due soldi e venduta con ricarichi percentuali a cinque cifre.

Non si pensi che mi sia messo su di un trespolo a predicare la corruzione dei tempi: non ho alcuna velleità di moralizzatore né potrei permettermelo; e poi, francamente, è di una noia tremenda. Il punto è che, come dicevo, anche io sono caduto in questa trappola infame. Ho comprato un costumetto da mare e una tshirt con delle stupide stampe e quel logo coatto D&G stampato ovunque. L’immagine di quel fagotto che ruzzola sulla spiaggia tutto griffato ha prevalso sulla briciola di buon senso che mi ritrovo e sull’odio viscerale che nutro per quelle due sartine buone manco per il brodo.

Mi sono sentito così scemo, una volta uscito dal negozio. L’unico pensiero che mi consola è che al mio delizioso nipote non importerà una beata mazza del mio regalo. Darà un occhio curioso ai colori della carta da regalo, proverà a mangiarsela, agiterà le manine emettendo suoni divertiti nella sua lingua, farà un grosso pernacchio come ha di recente imparato e poi tornerà a giocare estasiato con la sua pallina di spugna preferita. Che Dio lo benedica.

Dì qualcosa di destra, Gianfrà!!

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Sono tante le differenze tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi.

Uno è smilzo, aria defilata, orribili cravatte pastello e una fila di lato che sfida qualsiasi agente atmosferico. L’altro è sempre più tarchiato e tracotante, liftato, baldanzoso nei suoi tacchi da alta manifattura artigiana, un’abbronzatura artificiosa frutto di un’overdose di fard e un innesto tricologico che è un miracolo quotidiano.

Uno parla solo dopo aver pensato a lungo, calcolando freddamente ogni sua mossa, mosso da smaniose velleità pan-istituzionaliste. L’altro è caciara e furor di popolo, trascinatore delle masse, declamatore di programmi elettorali in diretta tv o da uno scomodo predellino, animatore per feste  e cerimonie, all’occorrenza anche chansonnier, sultano di Sardegna e Milano due e gran puttaniere.

Entrambi sono il sintomo di un’evoluzione post-ideologica frutto di una deriva culturale senza precedenti: ideologie usa-e-getta, valori preconfezionati su specifici target elettorali, spettacolarizzazione della politica e spregiudicato mescolamento di carte tra pubblico e privato, senza soluzione di continuità.  Ognuno ha un suo preciso piano frutto dell’incessante lavoro di spin doctor e consulenti di immagine e marketing: Gianfranco mira a scrollarsi di dosso una volta per tutte il sempre più ingombrante ruolo di delfino e di eterna promessa della politica italiana. Silvio mira al Quirinale, sublimazione di una carriera folgorante, coronamento di un progetto a mala pena sfiorato dal buon Bettino e dal divino Giulio e che né l’abnorme conflitto di interessi né gli scivoloni internazionali o le beghe di famiglia e i festini a base di Cialis potranno ostacolare.

Ma c’è una sottile, macroscopica, differenza tra i due leader quando si parla di ideologie. Se per il Cavaliere di Arcore le idee sono solo abiti confezionati comprati alla Standa da indossare con impunita disinvoltura in base alle occasioni - ora industriale liberista, ora populista assistenzialista, prima operaio, poi costruttore, poi libertario e poi ancora bigotto cristiano dalla lacrima facile a favore di telecamera - Gianfranco Fini è davvero ossessionato dal peso delle ideologie e anziché usarle come innocui Kleenex di cui liberarsi una volta soffiato giù, ne sente tutto il preoccupante fardello e non gli pare mai abbastanza per smarcarsi, per chiarire, per prendere le distanze, colpire e affondare nell’ottica di un definitivo allontanamento dal passato nero che più nero non si può.

È quasi paradossale guardare le mirabolanti avventure di Silvio e Gianfranco nel mondo della politica: il primo è ormai diventato un abile camaleonte pronto a fare e disfare, dire e poi smentire, ché tanto c’è sempre il popolo coglione che davvero pensa che sia stato frainteso, che è tutto un complotto di quei cattivi signori della Sinistra, persino il divorzio da Veronica, perché il Silvio è tanto buono in fondo e bisogna solo lasciarlo lavorare.

Gianfranco è quello che si fa il mazzo, si fa i viaggi in Israele, si mette la kippà, litiga coi suoi per battersi a favore della fecondazione assistita, della morte biologica, per il voto agli immigrati, si infervora contro i provvedimenti anti-clandestini, l’ingerenza vaticana nella legislazione del Parlamento. Mentre Silvio risolve tutto regalando il suo sorriso da Fernandel e qualche battuta spiritosa che rompe il ghiaccio, Gianfranco è lo studente secchione che non gli va mai di culo e che, anzi, ogni volta fa uno sforzo della Madonna per smarcarsi e dire la sua e tutti gli danno del pazzo rincoglionito.

Me lo immagino la sera, chiuso nel suo studio illuminato da una fioca luce, circondato da scartoffie e libri polverosi, mentre si arrovella infelice e maledetto su che cazzo ancora gli resta da sdoganare per sentirsi libero e affrancato dal peso del suo passato. Farsi vedere in una Caritas a servire pasti caldi ai barboni? Lanciare biglietti di benvenuto ai barconi di immigrati clandestini al largo di Lampedusa? Visitare la tomba di Stalin? Farsi un altro giro ad Auschwitz? Farsi riprendere pubblicamente nel rituale di circoncisione in segno di solidarietà al popolo ebraico? Cantare Bella Ciao al piano bar? Lanciare qualche dichiarazione alle agenzie stampe tipo Il Fascismo oltre a essere il male assoluto era una cagata pazzesca? Esibirsi in qualche divertente siparietto in tivvù in cui imita, chessò, la mitica Fiorenza di Un Sacco Bello?

E immagino la stizza, il livore, la bile verde acido che monta, all’idea che son le tre di notte e lui è ancora lì coi suoi pensieri mentre Silvio è chissà dove a fare all’amore con qualche bella signorina, magari fresca diciottenne o a intrattenere i suoi ospiti che lo ammirano estasiato, ad Arcore come a Casoria, a fare le foto coi camerieri, intonare canzoni goliardiche, raccontare le sue ignobili barzellette, così gradasso, così pascià, così Imperatore.

Cosa può fare, quest’infelice leader perennemente erede al trono, sempre più ossessionato dal post-ideologismo e dall’ingrombrante presenza di un alleato-competitor inaffondabile, invincibile, insuperabile in termini di consenso e popolarità?

La strada più facile, quella sperimentata sin’ora, seppur con tanta fatica e procurandosi tante antipatie, è stata quella di stupire con effetti straordinari: dichiarazioni lampo che acchiappano più a Sinistra che altrove, che ruzzolano per un po’ nel pollaio giustizialista di Di Pietro e nello scenario tragicomico dell’enorme fallimento del Partito Democratico. Ma a che pro? È davvero questa la strada da seguire, caro il mio Gianfranco, per liberarci tutti dal nano di Arcore? È davvero questa la strategia che ti porterà dritto a Palazzo Chigi?

Eh no caro mio. Non ci sto.

Voglio improvvisarmi un novello Nanni Moretti del Centro Destra e urlarti a squarciagola: dì qualcosa di destra, Gianfrà! Dì qualcosa che sappia di destra moderna, seria, rigorosa, dannatamente Destra, che più Destra non si può! Metti a tacere tutte le chiacchiere che ti vogliono ormai prossimo alla deriva centrista, fa vedere che sotto quei completini in lino hai ancora due coglioni da figlio della Lupa. Sai quanto gliene frega, al tuo popolo, di fare i conti col Fascismo? Una mazza, Gianfranco, una mazza! Te cerchi di consolidare l’alto profilo istituzionale con le visite a Israele, ma sono certo che l’unico modo per smetterla di fare l’eterno secondo è farti un giro all’Esselunga, farti vedere più spesso allo stadio, dire più cazzate populiste ed eliminare troppe smanie da grande statista.

Dì qualcosa di destra, Gianfranco, prima che Storace mangi la tua testa su un vassoio d’argento. Prima che la Santanchè ti inculi con un fallo artificiale. Prima che Er Pecora ti sfinisca con un rutto bestiale. Prima che i fantasmi di Rauti e di Almirante vengano a tormentarti il sonno peggio di quanto già facciano. Prima che la signora Almirante non ti avveleni con la tinta per i capelli.

Dì qualcosa contro gli zingari, contro i finocchi, contro gli operai. Schierati a favore di qualche Cardinale negazionista, mangia la foglia e dichiara una volta per tutte che gli omosessuali non posso fare i maestri ma nemmeno i cantanti o i ballerini.

Fà qualcosa, Gianfranco caro, dì qualcosa di destra prima che il sottoscritto, che resta pur sempre un lercio comunista in crisi d’identità,  non ti prenda davvero in simpatia e si decida a votarti.

Tutta colpa della cupidigia


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Sapete che vi dico? Che una volta tanto sono d’accordo col Santo Padre. Cioè, non è che questo accordo sia stato immediato e anzi, quando qualche settimana fa ho sentito i soliti mezzobusti scandire con decisione l’ultima sua dichiarazione sulla cupidigia che è radice dell’attuale crisi economica, un piccolo attacco di bile m’è venuto. Ma come si fa, mi chiedevo, ad avere l’ardire di parlare alle masse buttando a caso frasi prese da un libro di versioni latine per studenti da quarta ginnasio. Avete presente? Quelle frasette noiose che vi fanno tradurre per prendere dimestichezza con le prime declinazioni, tipo La matrona rimprovera le ancelle e le ancelle temono l’ira della padrona oppure Le divinità amano la diligenza e la modestia, non la ricchezza e i gioielli. Roba che viene da pensare come cazzo avranno fatto gli Antichi Romani a conquistare il mondo se davvero parlavano sparando minchiate di questo tipo.

E insomma, in un primo momento mi sono detto: ma vacca d’una cretina, possibile che ogni volta che apri bocca vengon fuori le ragnatele? Come si possono mandare in vacca secoli di studi, tomi di economia politica, di analisi finanziarie, di proiezioni di indici borsistici e dire semplicemente che è tutta colpa della cupidigia? Ma soprattutto: chi diamine volete che usi ancora il termine cupidigia nel suo vocabolario quotidiano?

Ieri sera, però, mi sono ricreduto.

Tutta colpa della mia nuova carta di credito. Dopo più di un anno di interdizione dai pagamenti rateizzati e dalla possibilità di fare acquisti selvaggi on line ho deciso di fare il grande passo e tornare a concedermi il brivido di una carta nuova di zecca che mi consenta di spendere e spandere a mio piacimento.

Sono uscito dalla banca col cuore in gola e l’emozione di un bambino al quale hanno fatto la più inaspettata e piacevole delle sorprese. Certo, mi sono ripromesso che avrei amministrato con diligenza e parsimonia le mie finanze e che mai, dico mai, avrei permesso a una stupida carta di ridurmi nuovamente sul lastrico soffocato dai debiti e costretto a impegnarmi le mutande presso un manipolo di strozzini.

Giusto il tempo di arrivare in ufficio, segnarmi il numero del Pin sulla mia Moleskine (si sa, sono un furbo di tre cotte: non voglia mai perdessi la mia agenda rossa, sarei un uomo finito nel giro di un quarto d’ora) che ho subito cominciato a sentirmi inquieto. Lingua felpata, un certo friccicore alle dita, i muscoli sul collo rigidi, la pupilla leggermente dilatata e inspiegabilmente attratta verso lo schermo del monitor.

Evabbè, và - mi sono detto - ogni cosa ha bisogno d’essere inaugurata e io un giretto su qualche sito con e-commerce me lo faccio, giusto per accertarmi che sia tutto in regola e funzioni a dovere. E così, guarda un po’ il caso, sono piombato sul sito di Top Man e ho cominciato a spulciare un po’ di cosette.

Diligenza e parsimonia, parsimonia e diligenza.

Però tutto sommato avrei proprio bisogno di una nuova borsa. No dico, ci avete mai pensato a quanto noi uomini abbiamo bisogno di andare in giro con una borsa come si conviene? Forse più delle donne. Perché dove cacchio volete che s’infilino il cellulare e il libretto dell’assicurazione e le chiavi di casa e gli accendini e le sigarette e il sintolettore e i il burro di cacao e qualche altro belletto di conforto, quando usciamo di sera? Non si può certo metter tutto nelle tasche.

E poi guardate che carina. Come si fa a dirle di no? Come potrei mai chiudere la finestra dell’e-commerce e dimenticarmi dell’esistenza di questa piccola meraviglia made in Taiwan? La mia vita non sarebbe più la stessa. E poi francamente, meno di 50 euri per questa preziosità è un re-ga-lo.  Certo, dice che una borsa simile fa un po’ troppo metrosexual? Ma cosa volete che ne capiscano? Questa è una borsa da uomo e se non è maschile fuori, è sicuramente maschile dentro. Al massimo le faccio una spruzzata di essenza di muschio e poi sfido chiunque a dire che è roba da ricchioni, tzè.

Inserisco i dati e codice e zac, l’acquisto è fatto. Tempo cinque giorni max e andrò in giro con un gioiellino sotto il braccio.

Ok, non sotto il braccio. Magari a tracolla.

Un’ora dopo ritorna il friccicore alle dita.

Diligenza e parsimonia, parsimonia e diligenza.

Non so, mi sento un po’ in colpa. Io sono un ragazzo con tanti interessi, non è che pensi solo alla moda e non voglio che mi si incolpi di essere un tipo vanesio che pensa solo ai vestiti e agli aspetti superficiali della vita (per quello ci sono già un paio di ex che sanno già come si fa).  E allora sì, facciamoci un giretto su ebay. Potrei trovare un corso di lingua tedesca a buon prezzo. Magari è la volta che mi metto di buzzo buono e imparo la lingua di Goethe, ché non si sa mai nella vita e poi Berlino è una città così stimolante che quasi quasi potrei anche trasferirmici e poi, diciamocelo, certi tedeschi sono dei pezzi di manzi pazzeschi che sembrano usciti dritti da un film porno e si sa, l’amore è una lingua universale, il linguaggio del corpo pure non scherza, ma io un marito lo dovrò pure trovare prima o poi e se d’un tratto un tedescone alto e con gli occhi di ghiaccio mi si piglia io come faccio a chiedergli se devo scongelare le costolette d’agnello per la cena?

Non batto ciglio. Zac, numero di carta e codice di sicurezza. E via.

Rientro dalla pausa pranzo nuovamente col friccicore alle dita.

Diligenza e parsimonia, parsimonia e diligenza. Okkei, però sento che forse è il caso di comprarmi una nuova pendrive. Cioè, più che una pendrive avrei bisogno di un sintolettore per la mia auto con una cacchio di presa USB così che posso aggiornare ogni giorno le mie fantastiche selezioni musicali senza dover perdere del tempo inutile masterizzando cd che poi perdo o che mi ritrovo sparsi sul cruscotto senza identità. Essì, lo so che esistono i megastore e ne ho una manciata proprio vicino al lavoro però si sa, il mercato dell’elettronica on line è in grande ascesa, l’ho letto anche su Media Planning o come cacchio si chiama e poi ci sono sconti e niente commessi rompicoglioni e suvvia, ho bisogno di un nuovo tocco musicale per la mia auto perché è da tre mesi che non riesco più a tirare fuori il cd che mi si è impallato tutto e così finisco sempre con l’ascoltare l’ormai trita e ritrita colonna sonora di Mama Mia quando sono fermo al semaforo e non c’è nulla di esaltante su Radio Dee Jay. Massì, vada anche per questa. Prossima settimana sfreccerò per le strade della città cantando a squarciagola Poker Face. Sono soddisfazioni. Aridaglie: numero di carta e codice di sicurezza.

Ieri sera l’ho fatto di nuovo.

Giuro che non volevo, che ero più che soddisfatto degli acquisti già effettuati ed ero pronto ad andare a nanna e abbracciarmi il cuscino pensando alla mia deliziosa borsa che magari sarà stata già imballata e inscatolata da una gruppo di Umpa Lumpa ed avrà già cominciato il suo avventuroso viaggio per arrivare sotto il mio braccio (no, a tracolla, cazzo). Poi però mi son detto: controlliamo la posta. Non si sa mai che qualche mail non venga letta o qualche messaggio su uno di quei siti per soli uomini che frequento non giaccia troppo nella casella degli arrivi.

Insomma, fatto sta che l’unica mail che ricevo è la newsletter di Yoox.

Che, detto proprio francamente, è la causa principale per cui sono stato interdetto dall’uso della carta di credito per un anno abbondante.

Ebbene sì, signori, sono caduto di nuovo in tentazione. Confesso tutta la mia debolezza, la mia incapacità di gestione, la totale assenza di controllo. Diligenza e parsimonia un cazzo. Per un istante il germe della cupidigia si è nuovamente impossessato di me: ma cosa volete, sono ancora del parere che il mondo possa davvero essere un posto migliore se si indossano dei bermuda di Etro, una camicia a mezza manica DSquared e una deliziosa cinta in pelle di Pinko.

Ed è per questo motivo che la mia nuova carta di credito giace nel dodicesimo volume dell’Enciclopedia De Agostini, ultimo scaffale in alto a destra della mia libreria, pagina 286, quella dedicata a Pipino il Breve.

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Il massimo del post-moderno. Dio riuscirà mai a perdonarli?

Dal Libro delle Rivelazioni: 13:1 - 10

Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.

Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».

Lady Veronica e il ciarpame senza pudore

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C’è qualcosa in Veronica Lario che la rende così misteriosamente affascinante. Sarà quel capello liscio fino all’inverosimile, l’occhio languido e indifferente, l’aria snob di chi vive a una spanna rispetto a noi mortali, l’immediato sentimento di solidarietà che noi gente comune proviamo ogni volta che pensiamo a come dev’essere dura dividere la propria esistenza con un mafioso maschilista, con pessimo senso dell’humor, un sorriso ebete stampato su un viso drogato di botulino, vittima ormai della sua stessa  vanagloria oltre che dei postumi di una perenne overdose di Cialis.

Mi piace pensare a Veronica come una sorta di Lady D nostrana, con una spruzzata di Milano da bere in più, però. Rinchiusa nella sua torre d’avorio di Macherio, sprezzante del meraviglioso destino che le è stato riservato, essere la prescelta di un harem tra mille attricette, vallette in carriera, spompinatrici di ventura sempre pronte a far cosa gradita al Cavaliere. La immagino roteare leggermente gli occhi al cielo davanti al tiggì, ogni volta che l’imperatore consorte ne combina una delle sue, tra Obama abbronzati, Merkel incazzate, battute infelici sulle donne, sui precari, su una sedicente attività sessuale incontrastata, irrefrenabile, senza tempo né età. Me la vedo sbuffare ogni volta che il suo Cavaliere baldanzoso le si avvicina a grandi passi, il tacco ben nascosto all’interno delle sue scarpe di alta produzione artigianale. Mi figuro la sua noia alle infinite cene, dividere il tavolo perplessa tra politicanti e lacchè, tediata dalle parole dei soliti buffoni di corte, da Emilio Fede a Sandro Bondi a quella cula stitica di Alfonso Signorini.

Le uniche arme di Lady Veronica sono il silenzio - un silenzio composto, contemplativo, tipico di chi vuole tenere a tutti i costi un basso profilo perché non vuole immischiarsi nella fanfara populista dello psiconano di Arcore - e uno sprezzante distacco da tutto ciò che gli altri - il popolino incolto, i devoti leccaculo - amano di quell’omino al quale, tutto sommato, non riconosce alcun talento, se non quello di ammaliante venditore.

Eppure c’è sempre un momento in cui il distacco sprezzante prende forma e sostanza: Lady Veronica perde il controllo e s’infervora, non ne può più e attacca là dove sa di colpire il suo ometto col capello trapiantato. Scrive a Repubblica, rilascia interviste, commenta acida, esige scuse pubbliche, alza la testa stizzita eppur sempre con classe.

Ed è in questo esatto momento che la sua strategia fallisce: perché la saga familiare diventa soap, la dichiarazione solenne viene fraintesa e si trasforma in merce da giornale scandalistico, la lotta intestina di un conflitto di coppia cade vittima di facili commenti e bonarietà pressappochista e l’insofferenza di Lady Veronica diviene oggetto dell’italico ludibrio. Se l’obiettivo delle sue dichiarazioni è contestare apertamente il nano abbronzato, Lady Veronica ha ancora una volta fallito, perché le sue parole sono state travolte da una vagonata di clichè e ricondotte a quegli stessi archetipi da mediocrità italica che hanno reso Silvio Berlusconi praticamente invincibile.

L’uomo comune vede in lei la solita immagine della donna rompicoglioni - perché si sa, l’uomo è farfallone e per questo il Cav piace tanto. Le donne invaghite del mito berlusconiano interpretano la sua stizza come volgare gelosia - solo perché vorrebbero essere al posto delle tante starlette che ricevono favori e grazie dal Reoccio coi tacchi e perché in fondo l’uomo cacciatore ha sempre quel certo non so che di irresistibile. L’ampia fascia di anziani simpatizzanti finisce sempre col guardare con simpatia al Presidente di tutti che riesce a trovare il tempo anche per presenziare alla festa di diciott’anni dell’ultima baby mignotta galvanizzata dal suo papy. La Sinistra confusa e sempre più allo sbando applaude alle parole di Veronica benedicendola come una ventata di freschezza, assimilandola sempre più a un’icona, un punto di riferimento, una possibile candidata da mille punti. Insomma quella che era solo la voce di una donna incazzata diventa materiale di culto, un feticcio trash - a cominciare dall’eloquio fine e così demodè - spazzatura nella spazzatura, perle date ai porci con l’influenza.

E i consensi lievitano miracolosi, i sondaggi schizzano alle stelle e nessuno può più contrastare l’onda del successo del Cavaliere dalle mille maschere - operaio, costruttore di paesi terremotati, ferroviere, monnezzaro, intrattenitore, trascinatore di folle.

Torna al tuo silenzio, Lady Veronica, se davvero il tuo intento è colpire al cuore e ferire l’orgoglio del Presidente impenitente. Ritorna al tuo contegno, composta e altera, conserva fiera il tuo posto, mantieni bassissimo il tuo profilo, tieniti distante dalla mercificazione artificiosa, dal tritacarne famelico che fagocita tutto e lo trasforma in pornografia da palinsesto Mediaset. Noi capiremo la tua stizza, la tua indolenza, il tuo sprezzante tedio da novella Madame Bovary e guarderemo a te col rispetto e la riverenza che si conviene a una nuova Madonna post-moderna.

E a te dedicheremo i versi di una nuova preghiera dal potere salvifico e catartico, modellata sullo stile impareggiabile di Sandro Bondi:


Catrame senza sudore

Letame senza livore

Pellame senza malore

Bestiame senza pallore

Potere alle baraccone!!

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È giunto il momento di dire basta alle solite first lady. Dimenticate il piglio contignoso tutto Chanel di Jaqueline, le caviglie tornite di Raissa Gorbaciova, l’autoritarismo lesbo chic di Hilary, le velleità sadomaso di Condoleeza. Mettete pure da parte i composti silenzi di Veronica Lario, le tenute da campeggiatrice della domenica della signora Prodi, il tifo inferocito e maschio di Lady Fini. Franca Ciampi? Nah, una principiante. Clio Napolitano? Roba da Villa Arzilla. Rania di Giordania? Quella è buona per le copertina patinate dei giornali di moda. È giunto il momento di dire basta alle donne impegnate in politica, alle emule di Evita Peron che impazzano nel Sudamerica, alle bacucche repubblicane made in USA e a ben pensarci persino una new entry come Michelle Obama, coi suoi modi spicci e i suoi completini dai colori accesi sanno già di vecchio.

Perché sulla scena politica mondiale, ormai, c’è solo una e una sola First Lady: Chantal Biya, la consorte del presidente del Camerun, Paul Biya. Già, proprio il Camerun, uno di quei paesi di cui ci ricordiamo solo ai mondiali di calcio, quando vediamo scorrere sui nostri schermi piatti i visi minacciosi dei loro prodi giocatori capaci di percorrere il campo a grandi falcate e che i pederasti pervertiti come il sottoscritto si divertono a immaginare gagliardi e allupati negli spogliatoi, a fine partita, mentre esibiscono sotto la doccia le loro dotazioni oversize di cui Madre Natura, bontà sua, li ha forniti.

Nata nel 1971 - così dice Wikipedia, ma per me semplicemente non ha età - da genitori espatriati di origini francesi, Chantal è la seconda moglie di Paul Biya, che l’ha sposata in seconde nozze nel 1994 dopo che la prima moglie è schiattata e passata a miglior vita. È impegnata nel sociale, certo, con alcune charities che raccolgono fondi per la lotta contro l’Aids e una fondazione a suo nome, ha una madre che è sindaco e fa tutto quello che si richiede a una first lady ma se sono qui a parlare di Chantal non è certo per questo.

Il suo vero dono, per noi gente che amiamo le robine fini e gli incommensurabili tocchi di classe, è il suo stile: uno stile che in Camerun e in tutta l’Africa ha conquistato il cuore di tutte le donne, che la ammirano come una novella Lady D, forse meno santa ma decisamente più praticona e soprattutto più nazional-popolare.

Perché Chantal ha una folta criniera a metà tra il rosso rame e il castano-nocciola che esibisce fiera in ogni occasione pubblica, assieme a uno stile - battezzato, appunto stile Chantal - a metà strada tra l’esotico e il pulp spinto. Chantal è una vagonata di colori, ombretti matt, phard brillantati con chissà quale polvere d’oro, tinte accese, ricami sfarzosi, fianchi generosi d’Africa abbinati ai brand più in voga in Occidente, da Chanel a Luis Vuitton, reinterpretati però in chiave post-moderna, con l’ardire di chi guarda alla moda di paesi lontani con l’estatica ammirazione tipica di chi non si sente parte di un sistema e per questo si sente libero da qualsiasi legame con i canoni tipici delle bellezze artificiali del cosiddetto mondo ricco.

Chantal ha un faccione rubicondo e una gamma di espressioni facciali degne della miglior caratterista del teatro allegro: basta guardarla mentre regala un’occhiataccia sprezzante alla Carlà (foto-1.jpg) che al suo cospetto si trasforma in una scialba e inespressiva scopa di saggina o mentre rivolge un sorriso di circostanza al Papa,(foto-2.jpg) lei, che è divina, costretta a inginocchiarsi al cospetto di una travestita che per giunta, una volta giunto in visita nel suo paese, non ha saputo fare altro che sparare una cazzata dopo l’altra. La vedi salutare Laura Bush (foto-3.jpg) col piglio tipico di una venditrice Avon, tutta bardata di pelliccione rosso rubino, scendere dalle auto blu (foto-4.jpg) nelle occasioni ufficiali come fosse a una prima del Bagaglino, avvolta in un lenzuolo verde pistacchio che brucia gli occhi, incedere altera a braccetto col marito, fiera della sua Luis Vuitton (foto-5.jpg)il cui valore basterebbe a sfamare metà del suo paese e della sua criniera che non sai mai distinguere dove finiscono le extension e dove comincia lo Swiffer Dusters.

Più la guardo e più non riesco a fare a meno di pensare alla sua vera indole: più che una donna impegnata al fianco di un uomo potente, Chantal è una pop star riveduta e corretta. Una bambolona un po’ drag queen, che saluta altezzosa con le sue manone fresche di smalto laccato e se ne frega del cerimoniale. Una che bada al sodo e che è sprizza personalità da ogni poro della sua pelle lucida e seborroica. Una che tutto sommato se ne frega della fame nel mondo e dei problemi della sua Africa e che è convinta che una sana dose di ironia e il giusto azzardo di colore possono fare molto di più di tanti summit noiosi di gente che fa promesse vacue e ipocrite. Una che crede che la rivoluzione si debba fare anche con gli abiti a pois, la cotonatura aggressiva  e le borsette griffate, finalmente.

E solo per questo si è già guadagnata il mio personalissimo Nobel per la Pace.

L’immagine che più amo di Chantal sono le foto dei paparazzi che l’hanno immortalata al fianco dell’icona per eccellenza di questo strano luna park che è il mondo occidentale: Paris Hilton. Sarebbe troppo facile dire che queste due non hanno nulla in comune, se non un sano corredo cromosomico trash che te le fa amare fin dal primo sguardo: e invece Chantal era lì, infagottata che manco un uovo di Pasqua, per dare il suo più autentico messaggio a tutti noi poveri illusi mentecatti: la classe è per le perdenti, l’audacia nello stile è solo per le vere baraccone. 

La verità è che non ne hanno presi abbastanza

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Di solito sono molto restio a dare consigli di lettura perché sono fermamente convinto non siamo noi a cercare i libri ma sono i libri a entrare nelle nostre vite senza bussare. Ci sussurrano parole dolci tra gli scaffali, ci attraggono accecandoci con le loro copertine sgargianti, ci seducono con titoli capaci di superare qualsiasi ostacolo razionale per fare breccia nella nostra pancia. Tutto ciò che una mente sana e sufficientemente colta può fare, di fronte a questo piccolo miracolo, è arrendersi senza condizioni e abbandonarsi al piacere della letteratura.

Ogni libro è una storia a sé nella vita di ciascuno di noi e per questo è davvero difficile azzeccare il titolo giusto per la persona giusta: la lettura è un’esperienza privata, intima, forse una delle poche rimaste in questa triste vita moderna a parte la santa cagata post-caffè di ogni mattino.

In passato ho raccomandato ad amici e parenti autori che ho trovato fantastici e che sotto molti aspetti mi hanno cambiato la vita e ho ricevuto sì e no un qualche rantolo di approvazione; ho speso parole entusiaste ad abbozzare recensioni, a raccontare trame, a cercare di coinvolgere i miei interlocutori. Risultato? Nisba, solo qualche sorriso, un laconico commento simil-assertivo, un più o meno blando tentativo di assecondarmi.

Il punto è che le probabilità che un libro consigliato da un amico, seppur fidato, ci conquisti sono piuttosto limitate. A meno che non abbiate un’improvvisa botta di culo, non sarà mai amore a prima vista. Un incontro felice con un libro è proprio come un incontro tra persone. E non ditemi che non c’è differenza tra un prevedibile appuntamento al buio con un tizio conosciuto in chat e un incontro fortuito nato da uno spontaneo e magico scambio di sguardi proprio quando meno ve l’aspettate.

Stavolta ho deciso di fare uno strappo alla regola perché questo La verità è che non gli piaci abbastanza più che essere un capolavoro letterario è un libro utile che può davvero cambiare il vostro approccio verso le relazioni e i sentimenti. Molti di voi diranno che hanno già visto il film, altri storceranno il naso di fronte all’ennesimo manuale di auto-aiuto che paventa mirabolanti interventi risolutori sulle nostre misere vite: fidatevi, questo libro è geniale e terribilmente piacevole pur contenendo verità agrodolci e merita d’esser letto.

Scritto da due sceneggiatori di Sex and The City, il manuale è rivolto a un pubblico quasi esclusivamente femminile (e quindi anche finocchio o giù di lì) e parte da un principio tanto scontato quanto sacrosanto: gli uomini riescono a spostare anche le montagne quando sono innamorati. Si muovono, prendono iniziative, s’inventano cose, superano ostacoli, s’improvvisano eroi ardimentosi: e dunque se un uomo non telefona, non vi invita ad uscire, vi molla, continua a scoparsi mezzo mondo, fa lo stronzo con ogni figa munita che respira, non vi scopa a sufficienza e non vi fa sentire desiderate, beh, il motivo è solo uno e bisogna rassegnarsi: non gli piacete abbastanza.

E proprio nel punto massimo di demolizione, laddove questo non gli piaci abbastanza viene ripreso quasi come una litania o un mantra da ripetere tutto il giorno, che si rivela l’aspetto più geniale del manuale. Non gli piaci abbastanza non include tutta una serie di iniziative dal sapore vagamente edificante tipiche di certi manuali d’auto-aiuto, esercizi di autostima, controllo del respiro e tutte quelle menate tipiche di un certo filone di pensiero, tutt’altro.

Perché è dannatamente vero che l’unica cosa che bisogna fare quando si capisce di non piacere abbastanza a qualcuno che ci interessa è esattamente nulla. Nada.

Niente patetici tentativi di giustificazione, niente bocconi amari inghiottiti di mala voglia perché lui è in un periodo complicato o perché è uscito da poco da una storia o perché ha avuto un’educazione rigida o perché sotto pressione col lavoro o sta attraversando un periodo di crisi esistenziale. L’unica, vera, soluzione, di fronte al dramma esistenziale di non piacere a qualcuno è fregarsene e continuare per la propria strada (una volta che lo si è capito) e cercarsi qualcuno meno stronzo e davvero disposto a prenderci per quello che siamo.

Già bella roba. E come la mettiamo con l’autostima?

Un primo tentativo di risalire la china - una volta fatto l’inventario delle persone a cui non sono piaciuto e che per anni o mesi ho continuato a giustificare con blande scuse da quattro soldi - è dare alle parole il giusto peso. To be into someone - mi correggano le anglofone in ascolto - non è proprio piacere a qualcuno, è essere preso da qualcuno: emotivamente, sentimentalmente e perché no, anche sessualmente. La cosa cambia leggermente, perché magari può aiutare a non buttarla solo sul piano fisico. Ma tant’è: la prima reazione alla lettura è comunque devastante, tanto per una povera donna sedotta e abbandonata quanto per una finocchia che negli anni ha sviluppato una più o meno spiccata capacità a ficcarsi nei letti sbagliati.

Ma una volta superato il trauma da pugno nello stomaco, è inevitabile cominciare a guardare le cose con una prospettiva nuova. Ed è tutto più leggero.

Certo, non sempre è facile fare paragoni tra il mondo delle relazioni tra finocchi e quello eterosessuale, perché ci sono delle macroscopiche differenze che non si possono negare: sappiamo riassumere in noi il peggio degli uomini - farfalloni, a volte incostanti, con una certa attitudine a fuggire dalle responsabilità - e delle donne - ossessive/compulsive, emotivamente instabili, o zoccolone o prostrate al maschio senza mezzi termini. Tutto sommato, però, il principio non gli piaci abbastanza è comunque valido e vale la pena soffermarsi a riflettere sul proprio passato amoroso per capire dove abbiamo sbagliato abboccando a improbabili giustificazioni, concedendo benefici del dubbio grossi quanto grattacieli, aspettando per giorni telefonate e inviti che non sono mai arrivati animati dallo spirito cristiano di una crocerossina illusa che a questo mondo siano tutti in buona fede.

Con qualche piccola variante, però, visto che generalmente il sesso tra noi finocchi è un antipasto freddo servito molto spesso prima di dirsi ciao e le vie che portano al buco del culo sono infinite. È per questo motivo che dovremmo imparare a essere più risoluti e una volta capito che il losco figuro in cui ci siamo imbattuti non è preso abbastanza, non ci resta altro che alzare i tacchi e scappare via il più lontano possibile.

In particolare, questo discorso vale se:

- il tizio asserisce di essere in profonda crisi esistenziale

- vi riempie la testa sulla sua personalissima esigenza di focalizzarsi sulla propria vita stabilendo nuove priorità (accompagnandosi con frasi del tipo: oggi al centro della mia vita ci sono io, io vengo prima di tutti)

- si ostina a riempirvi la testa con i suoi casini familiari, i litigi, il rapporto problematico con la madre: tutti validi motivi per capire che il vostro bellimbusto non fa sul serio o quanto meno non fa per voi

- il vostro principe marrone rientra in una di queste categorie: sposati, fidanzati, mezzi accoppiati, provati dalla crisi di coppia, neofiti della frociaggine a culo aperto

- continua ad adorare le reliquie del proprio ex conservate diligentemente in una teca manco fosse una frattaglia di una baby santa visionaria del Trecento.

Ma soprattutto, gli esseri dai quali è necessario tenersi a debita distanza e scongiurare la loro presenza nelle vostre fragili vite sono quei tizi che dicono di volervi conoscere e frequentare ma che per ragioni (apparentemente) inspiegabili continuano a scoparsi mezzo mondo e a intrattenere proto-relazioni e corteggiamenti reali o virtuali destinate solo ad alimentare il loro ego e a soddisfare le loro insaziabili voglie dalla cintola in giù.

Da costoro - ve lo dico con una certa esperienza - non riceverete altro che delusioni e pretesti ingiustificabili. E allora mi chiedo: che senso ha esibirsi in improbabili piroette mentali per sforzarsi di comprendere le banali scuse di questi individui ai quali andrebbe limitata la libertà di girare a piede libero? Perchè perdere il nostro prezioso tempo facendo fiacche promesse a noi stessi (tornerà da me, mi telefonerà, cambierà idea, capirà che sono diverso dagli altri) nell’illusione di essere sempre in grado di migliorare gli altri?

Per quanto ci si possa sentire esseri straordinari, nessuno rappresenta un’eccezione a prescindere, quando si tratta di sentimenti. Ed è bene che ci si metta in testa una volta per tutte che nessuno di noi è davvero speciale se non è guardato con gli occhi di chi è innamorato. Solo si è davvero innamorati, belle mie, non c’è ex o crisi esistenziale o mamma petulante o impegno lavorativo che tenga. Il resto sono tutte balle.

Io questo l’ho capito solo ora, con un ritardo mostruoso e anni spesi a chiedermi cosa ci fosse in me che non va. Nulla (e qui applico la variante finocchia alla teoria di Greg Behrendt): sono loro che non erano presi. Anzi, forse, non ne avevano presi abbastanza per capire che forse era il caso di fermarsi senza andare in giro alla ricerca del prossimo cazzo.

Liberate la nonna!

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Dev’esserci una strana legge del destino che vuole che tutte le donne della mia famiglia, me compreso, superati i cinquanta, o siano chiamate al cospetto di Nostro Signore anzi tempo e spirino dopo atroci e immotivate sofferenze, o si deprimano in maniera irreversibile e passino il resto dei loro giorni a sbuffare malinconiche, o finiscano per campare a lungo ma facendo fruttare quel piccolo, insano germe di follia che le rende tutte un po’ picchiatelle.

Quella che supera tutte, però, in termini di sventure e paturnie è la mia povera nonna paterna.

Novantatrè anni suonati, mezza cieca, vedova da tempo immemore, un matrimonio infelice con un uomo che ha sempre disprezzato (e mai rimpianto) e soprattutto un’attitudine nefasta e pessimista rispetto alla vita e al mondo che proprio non c’è verso di farla ripigliare. Non che il sottoscritto abbia mai provato a farle cambiare idea, detto proprio francamente. Del resto, nessuno mai c’è riuscito per decenni ed io non ho certo il potenziale di una Suor Maria qualsiasi di Tutti insieme appassionatamente.

E a dirla tutta, non ho nemmeno più la pazienza per sopportare le sue angosce e da provetto nipote degenere ho sempre più ridotto le mie visite e le mie telefonate al minimo indispensabile: compleanno, onomastico e festività ufficiali riconosciute dal calendario di Santa Romana Chiesa, che su quelle non si sbaglia mai. Sia chiaro: le voglio un gran bene ma è tutta una questione di rispetto dei ruoli. Giusto per spiegare la realtà dei fatti da un punto di vista fiabesco, ecco, lei non mi ha mai letto le fiabe quando ero piccino ed io ora non le porto le focacce ora ma anzi, preferisco intrattenermi col lupo nel bosco a fare lo zozzone.

Però mi capita spesso di pensare a lei, in queste settimane in cui si parla di testamenti biologici e di eutanasia e ovunque ci si riempie la bocca a sproloquiare di diritto alla vita e diritto alla morte.  La verità è che mia nonna ha una gran voglia di morire. Non perché abbia un male incurabile. Né perché soffra di dolori indicibili. Non è paralizzata, ma caspita, a novant’anni non è che puoi andartene in giro a fare capriole sui prati in fiore. Non è rinchiusa in un polmone d’acciaio ma nella gabbia dorata di un palazzo d’epoca napoletano con tanto di giardino nel quale non mette piede da decenni. E ripeto: non perché sia impossibilitata a farlo ma semplicemente perché è depressa. E dopo aver collezionato il suo bravo mucchietto di lustri la poveretta crede di avere tutto il  diritto a tirare le cuoia come più le pare: si è rotta le balle, non ne può più.

Gli anni, a volte, diventano un insostenibile fardello da portare avanti ogni giorno, soprattutto per una che non ha mai avuto granchè in simpatia la propria esistenza e che ora, per un terribile scherzo del destino, se la vede continuare a oltranza quasi fosse una condanna divina.

L’altro giorno era il suo compleanno e ho pensato bene di telefonarle per gli auguri.

-   Nonna, sono Joshua, tanti auguri!!!

-   Chi è?

-   Nonna, sono Joshua. J - O - S - H - U A . Il tuo secondo nipote.

Quindici, lunghissimi, secondi di silenzio.

Stavo per aggiungere qualcosa tipo quello che ha preso il culo grosso di tuo figlio il primogenito ma ho pensato bene che non fosse il caso di complicarmi la vita.

-   Bello, mio, la nonna ti pensa sempre e sei sempre nel suo cuore!

Sono anni che mi dice la solita frase di repertorio ed io sono sempre più convinto che in quel cuore ci sia troppa folla, se ogni volta non mi riconosce e costringe le sue sinapsi a mirabolanti piroette per ricordarsi chi sono.

-   Nonna cara, ho chiamato per farti gli auguri! Tanti tanti auguri - le dico scandendo ogni singola sillaba, perché è anche vero che scoppia di salute, ma porella, l’udito ogni tanto le fa cilecca.

Dall’altra parte della cornetta sento che comincia a singhiozzare. Santo cielo, mi dico, facciamo in modo che questa conversazione volga al termine prima che mi lasci contagiare dalla voglia di defenestrarmi.

- Ecco, lo vedi? È passato un altro anno…e io voglio solo morire. Voglio solo morire, l’ho detto anche a tuo padre stamattina, e lo ripeto a tutti quanti. Io voglio fare come gli elefanti che a un certo punto capiscono che è giunta l’ora e si mettono tranquilli e aspettano la morte. Ma io l’aspetto da trent’anni, la morte e quella manco arriva!

- Su, nonna, non fare così…pensa a quanto è stata bella…e lunga la tua vita. Pensa ai tuoi figli, ai tuoi nipoti, noi ti vogliamo tutti un gran bene e…

- Ma lo so, lo so…sono io che non voglio più vivere, sono tanto stanca. Io vi ringrazio tanto ma io vorrei solo riposare in pace.

Stop, fine, cosa cazzo volete che risponda quando una poveretta ti dice così? E non pensiate che i familiari tutti non abbiano fatto del loro meglio per farle apprezzare le gioie della vita: ci hanno provato con le feste a sorpresa, immortalandola col muso lungo e l’occhio spento mentre provava a spegnere svogliata le candele di una torta gigantesca imbarazzantemente colorata. Ci hanno riprovato, ancora, con le gite fuori porta: la vedevi mogia mogia attaccata con la capoccia al finestrino delle auto e il suo unico desiderio era tornarsene a casa.  Hanno provato pure con metodi decisamente più materialisti: dagli schermi al plasma ai materassi in lattice anallergico: per mia nonna la vita non ha senso a prescindere. Come volete che sia felice, una come lei, solo perché può schiacciare un riposino sulla comoda poltrona alzapersona?

Non parliamo, poi, delle piccole, grandi, abnormi fobie che ha collezionato negli anni: dall’ossessione per i ladri in casa, inestinguibile archetipo e feticcio della piccola borghesia del dopo guerra, ai Testimoni di Geova, rei, a suo avviso, di entrare nelle case delle brave persone per portare l’odio e la disgrazia, alle signorine scollacciate della tivvù che danno il cattivo esempio, agli zingari che vendono l’anima al diavolo, ai medici che non risolvono mai i problemi di salute ma che pensano solo a mettere i soldi in saccoccia dandoti delle cure inutili se non sbagliate: perché mia nonna non crede nel potere della scienza e se mai avesse l’opportunità di passare cinque minuti con quella facinorosa della Rita Levi, credo che gliene canterebbe quattro di santa ragione. Insomma, se non avesse quell’aspetto da buona e inoffensiva vecchina e soprattutto se non avessimo indissolubili legami di sangue, non avrei esitazione alcuna a darle della razzista e anti-darwiniana.

Da quando è rimasta vedova, però, il suo unico e più grande bersaglio personale a cui indirizzare tutta la frustrazione del suo disperato mal di vivere è la sua badante ucraina. Una santa donna alla quale la giustizia divina ha già tirato una serie di brutti scherzi, da una criniera crespa da fare invidia a una spugnetta sgrassante a una manciata di denti disposti a fantasia in bocca come in un composèe ispirato a un quadro astratto.

Sarà la noia, sarà la depressione cronica che gioca brutti scherzi, ma sono sempre più fermamente convinto che l’adorabile vecchina trascorra le sue notti a escogitare diabolici escamotage se non per uccidere la sua nemica almeno per spaccarle efficacemente i maroni durante il giorno. L’ha accusata di tutto: di averle rubato soldi e gioielli, adducendo prove a suo dire schiaccianti che neanche l’Avvocato Taormina con la Franzoni; di intendersela col salumiere e di farsi la cresta sulla spesa; di aver provato ad avvelenarla col brodo, con un cocktail di medicinali per cavalli, con il cianuro servito nella minestra.  E ancora: di aver manomesso l’impianto elettrico per fulminarla, di averle provocato un cagotto di tre giorni somministrandole cibo avariato, di aver ordito un piano per portarle via la casa in combutta con le sue amiche con le quali passa le domeniche nei giardini pubblici. Ma lei questa soddisfazione non vuole dargliela, perché se proprio deve tirare le cuoia, mia nonna vuole farlo di sua spontanea volontà e credetemi, non c’è più grande desiderio e ambizione che abbia animato i suoi giorni negli ultimi venti o trent’anni.

Non è proprio un’iniezione di buon umore avere a che fare con lei, me ne rendo conto. Ma di fronte all’umana e pia comprensione di quanti la invitano a sopportare una vita troppo lunga con stupide frasi da melò, sempre più spesso mi trovo a interrogarmi se davvero esista un diritto al suicidio, oltre che ad una morte degna.

Mi rendo conto di essere completamente sfasato rispetto alle tendenze e alla cultura di questo paese di barzellette: eppure credo fermamente che ciascuno di noi abbia l’inderogabile diritto di decidere come e quando uscire di scena, quando il gioco si fa troppo duro, quando il corpo è stanco o per un eccesso di cure strazianti o perché ridotti allo stato larvale o più semplicemente perché stanchi di vivere.

Non è un peccato non amare la vita e desiderare la morte, in qualunque condizione ci si trovi: così come attaccarvicisi disperatamente per imposizione altrui è solo un atto ipocrita e ottusamente cieco.

Avessi solo la certezza che altrove mia nonna fosse veramente felice - vuoi perché reincarnata in una libellula, vuoi perché rinata nei panni di una donna entusiasta del mondo e della vita, vuoi perché avvolta nell’estasi paradisiaca di un qualsivoglia mondo ultraterreno senza dolore - probabilmente non avrei alcun problema a difendere il suo sacrosanto diritto a farla finita e a conquistarsi un po’ di pace.

Balla balla, ballerina…

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So di arrivare con un leggerissimo ritardo rispetto alla blogosfera tutta e alle solite quattro chiacchiere tra comari di paese ma avverto il bisogno irresistibile di dire la mia sulla vicenda che ha visto protagonista il  ballerino omosessuale Roberto Bolle al centro di un terribile e triste equivoco internazionale.

Come tutti quanti sapranno, l’etoile della Scala, il divino danzatore che piace tanto alle ragazzine, quello che gira per casa  volteggiando armonioso pisciando acqua Uliveto a destra e manca, aveva rilasciato un’intervista lo scorso settembre alla rivista gay francese Numéro Homme. La domanda - vagamente tendenziosa - rivoltagli dal giornalista era di quelle terribili da cui non si scappa, stile Lucia Annunziata che incalza uno sventurato Cesare Previti dandoci giù pesante sul conflitto di interessi, intercettazioni scabrose e i cavalli di Arcore. Insomma, alla stellina del balletto era stato chiesto se accettava pienamente la sua omosessualità. Dando dunque per scontato che sotto quei sospensori battesse il cuore di una sfranta che ama il piffero.

Il povero Bolle, che forse ha studiato francese alla Scuola Radio Elettra, dice di non aver capito bene la domanda e proprio mentre era lì lì per rispondere con una frase a caso tratta dal suo repertorio tirandosi il solito pippone su quanto la disciplina sia importante nella danza e quanti sacrifici bisogna fare per stare sulle punte (mai a sufficienza per competere con un povero cucitore di palloni in Cambogia, bella mia). E insomma, la risposta era un po’ vaga, una roba tipo Il cattolicesimo è ancora largamente diffuso e praticato in Italia. Non è qualcosa che grido ai tetti.

Il resto lo sapete tutti: le solite comari dell’Arcigay hanno dato per scontato che Bolle avesse finalmente sciolto le trecce facendo sapere al mondo intero quanto ami volteggiare leggiadro sul batacchio; l’etoille ha poi ritirato tutto dicendo di essere stato frainteso e ha poi scritto una lettera di suo pugno al settimanale Vanity Fair che, detto proprio in quattro parole, non solo nega nell’intenzione qualsiasi apertura di chiappe ma ribadisce con tono piccato che a noi quello che Roberto Bolle fa lontano dai sipari di mezzo mondo non ci deve riguardare, che a lui interessa solo la sua arte ed è per quello che vuole essere ricordato, che la sua vita privata è tutta roba sua e non ha nessuna voglia di essere al centro di blando gossip da parrucchiera.

Insomma è proprio vero: Roberto Bolle è una finocchia. Eppure isterica. Non è omosessuale: è una cula sventrata, una gattamorta, una che magari su un cazzo si china con coreografiche piroette che noi poveri mortali non possiamo nemmeno accennare ma in buona sostanza, alla fine della fiera, le pompe le fa pure lui (tutt’altra questione è stabilire se le fa bene, ma questo davvero francamente non m’interessa).

Allora, cerchiamo un attimo di venire a capo di questa intricata faccenda.

Il punto è che il ballerino omosessuale Roberto Bolle ha dannatamente peccato di ingenuità per una buona manciata di ragioni che vo subito a spiegare.

Innanzitutto, caro il mio Bolle, prossima volta non rilasci interviste a riviste gay, se non vuoi essere nuovamente al centro di pettegolezzi o domande scomode. Vai a farti intervistare dal Corriere dei Piccoli, da Famiglia Cristiana, da Secondamano, dalla Rivista di Caccia e Pesca, ma mai, dico mai più, da una rivista per finocchie. Cos’altro t’aspettavi, cretina di una etoille? Che ti si chiedeva la tabellina del nove?

E poi: a meno che la risposta sul cattolicesimo non sia stata inventata davvero di sana pianta dai giornalisti, prossima volta che qualcuno ti chiede se sei una rottinculo, cara la mia Bollicina, ti conviene fare un po’ la vaga. Non so, puoi sempre fare finta di essere posseduto in quel momento dallo spirito dell’Oracolo di Matrix e dare i numeri dell’estrazione sulla ruota di Venezia del 15 Gennaio del 1965,  puoi elencare i fiumi della Lombardia, intonare Volevo un gatto nero oppure toccare due volte i talloni delle tue scarpette rosse e cominciare a danzare come solo tu sai fare e allontanarti dalla stanza a grandi falcate.

Ma Dio delle città e dell’immensità, mi fa una rabbia, tutta questa storia. Perché proprio non riesco a tollerare una certa categoria di finocchie che pensa di essere troppo speciale per abbassarsi ad un volgare coming out, lasciando quest’ardua incombenza a noi povere sfigate che dobbiamo già farci il culo per trovare un lavoro, per combattere contro i piccoli pregiudizi di ogni giorno, che fatichiamo come antilopi per trovare il nostro equilibrio prima come uomini e poi come froci. Sempre lì a combattere contro i soliti clichè che ci vogliono tutti come tanti cloni di Malgioglio, e loro a fare le splendide a Parigi a Milano a New York. Troppo impegnate a fare le primedonne alle sfilate, alle prime, alle serate di gala per raccogliere fondi di beneficenza. Sono loro, le varie Zeffirelli, le Dolce e le Gabbane, le ballerine della tivvù, le tante artiste concettuali, queste quattro cule rancide del jet set troppo assorte a fare le divine per occuparsi di una questione tanto bassa quanto la lotta contro il pregiudizio e l’ignoranza di questo mediocre paese di falliti.

Che poi, a ben pensarci: se una finocchia che è pure etoile ed è famosa in tutto il mondo fa la ritrosa a dichiararsi per via del cattolicesimo imperante, cosa dovrebbe mai dire un povero adolescente sfigato di Canicattì? Una lesbica repressa in un autoricambi della Brianza? Un operaio di Eboli? Una parrucchiera cula di Frosinone?

A far finta che non esistiamo ci pensano già i nostri governi e le ministre buone solo a sbottonare le patte giuste al momento giusto. Recitare la parte della finocchia contignosa che s’indigna dei pettegolezzi e che non vuole che si parli del suo privato, per uno nella posizione di Roberto Bolle (che al di là della puzzetta sotto il naso è un figo, un uomo di successo, un modello positivo di impegno, sacrificio e passione per il proprio lavoro) è un gesto egoistico e gretto del quale si poteva fare a meno visto il pantano di acqua salmastra in cui noi finocchi ci ritroviamo oggigiorno.

Anche perché è evidente che il suo privato non resta proprio tra le quattro mura domestiche, dal momento che le finocchie di mezza Napoli - persino una portinaia come il sottoscritto -  sanno benissimo con chi la bella etoille dalla chiappa scolpita amoreggia in maniera più o meno stabile.

E allora te lo dico ancora una volta, Roberto: dichiarati una volta per tutte, dì qualcosa in segno di solidarietà alle tue consorelle e poi avrai tutto il diritto di difendere con le unghie e coi denti la tua vita privata senza cadere nel ridicolo.

Et voilà, cambrè, chainés,  entrechat, rond de jambe, rond de jambe, pass de bourrè, pass de bourrè,  aprè le ciapét, aprè le ciapét, feminèell, feminéell…