Auguri!

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Sì, l’ho fatta io.

Il Presepe dei Blogger

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Ebbene sì, quest’anno ho deciso di partecipare al Presepe dei Blogger e mi sono scelto un personaggio per nulla controverso, una che quando arriva non fa rumore, che sta sempre in punta di piedi e che non è mai stata associata nel mio personalissimo vocabolario ai soliti termini tipo battona, mantenuta, o che ne so, frequentatrice di uomini anziani, bassi e col trapianto di capelli.

Ma cosa volete, è stato un anno di gran cialtroneria per quanto mi riguarda e nessun personaggio delle cronache meglio di lei rappresenta la deriva a cui ci siamo tutti avviati.

Una giovane donna che ha rivoluzionato il mondo delle extension per unghie, portando ai massimi livelli il lavoro di ore ed ore di prezzolate manicure con la terza media.

Una donna che voleva festeggiare i suoi diciotto anni con sobrietà ed eleganza e invece s’è ritrovata con un orripilante velo vergineo e un nano intrattenitore che gli ha rubato la scena facendo foto con tutti i parenti, dai cugini di Pollena Trocchia agli zii di secondo grado venuti da Terzigno.

Una che non s’è capito ancora che cosa vuole fare nella vita, ma che qualunque sia la sua scelta (attrice, soubrette, parlamentare o anche modella di un’insulsa campagna di intimo) sarà sicuramente accompagnata dal plauso di Signorini.

Una che ha attribuito un nuovo valore esegetico al termine Papi. Che probabilmente non avrà mai letto Nabokov ma che ha incarnato perfettamente i panni della Lolita che ovunque arriva ti pianta un gran casino. Una che c’ha un book che ha fatto il giro del mondo, che è partito da Emilio Fede per passare a Confalonieri che l’ha fatto vedere a Silvia Toffanin che l’ha dimenticato in borsa assieme al kit giostra di Pupa e che è finito nelle mani di Piersilvio che l’ha passato a Bruno Vespa che l’ha fatto vedere a Renato Mannheimer che l’ha girato a una battona polacca di sua conoscenza e che quindi è giunto nelle mani del Premier allupato e in trip di Cialis. Mica una Raffaella Fico qualsiasi, figuriamoci.

Una che è illibata. E scusate se poco, di questi tempi.

Insomma, fatemi spazio tra le pecorelle e i pastori che arrivo io, vestita da Noemi Letizia.

Per chi volesse farmi compagnia ci sono ancora tanti personaggi tutti succulenti. Andate qui seguite le istruzioni e prenderete parte alla quarta edizione del Presepe dei Blogger!

Una statuetta ci seppellirà

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A dirla tutta, i souvenir mi hanno sempre fatto cagare. Le palle di vetro che se le capovolgi scende la neve. Le matriosche. Gli apribottiglie con forme orripilanti. Le statuette del Presepe di San Gran Gregorio Armeno - soprattutto quelle che riproducono i personaggi di oggi, tutti rigorosamente sottratti dai più squallidi palinsesti televisivi e bavosamente plasmati in ceramica di Capodimonte. Le monete antiche falsamente riprodotte.  I cimeli religiosi made in Taiwan, le bottigline di Acqua della Madonna, i Padre Pio, le Sante e le Sfrante in toga come tante Barbie. Gli accendini luminosi. Gli elefantini in avorio. Le miniature del Colosseo o delle gondole di Venezia.

Oggetti che non sanno di niente e che non comunicano niente. Vuoto che si riempie di vuoto in questo paese senza più cultura nè identità. Merchandising della merda, praticamente.

Penso al piccolo incidente capitato al nostro Presidente del Consiglio e medito sul susseguirsi tumultuoso di stati d’animo che ho provato durante tutta la giornata di ieri e di oggi. Incredulità. Allegria. Sprazzi di felicità - c’è scappato un brindisi con lo spumante, lo ammetto. Pena. Mal sopportazione per lo strascico di dichiarazioni dei suoi lacchè squallidamente lesti a trasformare il gesto inconsulto di un mezzo demente in un momento di insulsa propaganda politica.

Penso al valore simbolico di quell’oggetto così kitsch - un modellino in scala del Duomo di Milano: sì, la sua Milano - che ha colpito Papi nel volto e nell’orgoglio rompedogli i denti (si presume fossero suoi) e sfregiandogli il labbrone.

Penso al valore economico insulso di quella statuina che per i prossimi giorni rischia di seppellirci tutti, riducendo al silenzio ogni timido sforzo di critica, soffocato dai cori del politicamente corretto e dell’opportunità politica. In tanti, troppi hanno già tirato fuori il pippone della campagna d’odio, della violenza che genera violenza, del clima di scontri che non fa bene al paese e con questa scusa avvolgeranno nelle chiacchiere ogni legittima obiezione sulle furberie del premier-Santo, dagli squallidi escamotage studiati a tavolino per eludere alla giustizia, all’imbarazzante silenzio sulle frequentazioni di Palazzo Grazioli; dal sempre più penoso conflitto d’interessi televisivo e mediatico ai processi per corruzione. Se prima eravamo semplicemente accusati di essere anti-italiani, ora diventeremo tutti dei sobillatori, dei traditori della Patria, degli eversori pronti a lanciare statuette e souvenir contro il Papi miracolato che parla dal pulpito.

Gli Italiani, si sa, sono un popolo di fregnoni e adorano provare pena per qualcuno, trasformare una vittima in superstar, un sospettato in colpevole, un colpevole in un mostro. Chi se ne frega delle stragi impunite; del progresso che non c’è, di un futuro che non dà certezza, di una cultura polverosa, stantìa, posticcia. Cosa volete che importi agli Italiani del danno che queste sciagurate stagioni politiche stanno lasciando alle prossime generazioni, della deriva del pensiero annegato in palinsesti televisivi fatti di urla e tette al vento, del senso di disperazione di orde di trentenni che guardano questo paese con disprezzo e sfiducia: ora c’è una nuova vittima da osannare e migliaia di potenziali carnefici da mettere all’Indice.

Non bastavano più le ossessioni per le toghe faziose, la sindrome da persecuzione dagli avversari che demonizzano e mistificano la realtà, i complotti della sinistra marxista che rivive solo nei suoi proclami elettorali: ora il Cavaliere ha completato il suo percorso di beatificazione terrena e non è un caso che ancora una volta il processo sia avvenuto attraverso la sua prorompente fisicità.

Perché è il corpo l’elemento su cui Berlusconi ha da sempre basato la sua leadership: il corpo forzatamente gagliardo, da eterno giovane, immagine di un uomo mai stanco e che tira tardi a far baldoria coi suoi lacchè. Un corpo rinvigorito dal Cialis e da chissà quali punture, perché a settant’anni e passa possa fare e rifare l’amore, poco importa se nel letto di Putin c’è qualche baldracca di troppo. Il corpo forzatamente giovane, quasi imbalsamato, che ostenta orgoglioso ritocchi e tagliandi e trapianti per cancellare gli anni. Il corpo sorridente e fresco di Photoshop dei manifesti elettorali, il corpo illuso che si crede ancora aitante che salta su palchi e predellini per prendersi tutto l’amore della gente che sta con lui. Ed ora il  corpo ferito e martoriato, lo sguardo impaurito e improvvisamente vecchio, scolorito, col sangue che fa tutt’uno col phard in una visione terribilmente splatter per i suoi detrattori ma che si presta a infinite, ulteriori forme di divinizzazione per i suoi supporter. È da questo corpo, ora, da questo sangue, che un nuovo Silvio nascerà: un Wojtila laico, un Corpus Domini brianzolo. Il sangue ha nuovamente trasformato Silvio in un Santo, facendo sparire con un colpo di spugna gli scandali, le battone, le minorenni, i divorzi onerosi. Ancora una volta, Silvio è rinato ed è ancora più Silvio.

L’odio per Silvio Berlusconi esiste, eccome.

Impossibile che nemmeno uno dei suoi pagatissimi spin doctor non gliel’abbia spiegato e che ancora oggi si interroghi come uno sprovveduto qualsiasi circa il motivo di tanto risentimento nei suoi confronti.

Non mi vergono di affermare di essere uno di quelli che sinceramente odia il Cavaliere e posso parlarne con una certa cognizione di causa.

Non è invidia. Non è voglia di emulazione. È un sentimento di frustrazione, gravissimo, diffusissimo. Nasce dall’incapacità di rispecchiarsi in una certa cultura, da un senso snervante di insopportazione verso la figura carismatica del leader, si acuisce per la mancanza di una figura alternativa di riferimento valida in cui riporre speranze future, si confonde con stereotipi ancestrali dimenticati in chissà quale parte dell’inconscio ma pronti a risalire a galla tumultuosamente a ogni barzelletta, a ogni dichiarazione di guerra, a ogni calembour che genera imbarazzo internazionale, a ogni proclama che pretende di trasformare una legittima investitura elettorale in un salvacondotto e un lasciapassare.

Dopo 15 anni di deriva politica, leggi ad personam, scandali sessuali, la presenza di Berlusconi mi appare come un peso insostenibile, una zavorra da eliminare quanto prima, una iattura terribile che si è scagliata sul mio paese con una violenza e una carica distruttiva senza precedenti: è da questo che nasce l’odio.

Vi dirò di più: l’odio per Berlusconi non può svanire, così, d’incanto, solo perché ora le tivvù trasmettono i bollettini medici a rete unificate e i cronisti sono drammaticamente attaccati ai dati del suo ematocrito. Per quanto mi riguarda, smetterò di odiare Berlusconi solo quando si sarà (più o meno, si spera) dignitosamente ritirato dalla scena politica portandosi via come uno spurgo il sozzame lercio della classe politica di cui s’è circondato e quando il suo modello politico  sarà inghiottito dalla stessa colonna fecale da cui è stata generata.

Il punto dolente di tutta questa faccenda, ahimè, è che quella dannata statuetta ha ringalluzzito troppe teste vuote perché si continui a parlare con obiettività dell’ antiberlusconismo come disagio psicologico, della voglia di cambiamento che ha spinto centinaia di persone a scendere in piazza in una protesta civile che   contro un Presidente che cammina su di una ruspa travolgendo le istituzioni e la Costituzione deridendo e condannando ogni forma di legittima contestazione, sfuggendo i processi meglio d’un acrobata e supportato dal suo team di Azzeccagarbugli pronti a ridisegnare la Giustizia a suo piacimento. Questo è un diritto che non può essere per nessuna ragione soffocato, anche ora che il Presidente è sdentato e col labbro rotto: la sostanza non può e non deve cambiare.

Mi chiedo quando questo paese ridicolo cominci a guardare le cose con razionale obiettività, senza la solita onda emotiva e le pacchiane esuberanze dell’animo che ci contraddistinguono. Mi chiedo se mai ci sia qualcuno disposto a pensare che abbiamo un vecchio settantenne stanco e provato che giace sul letto di un ospedale ferito. E che abbiamo un Presidente del Consiglio che va - legittimamente - rimosso senza se e senza ma perché è la più aberrante anomalia che si sia mai presentata nella storia di questo sfigato paese. Una statuetta non può rovesciare un regime ma non si può permettere ad una statuetta di sopprimere un disagio e un problema reale.

Grazie al secchio

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E insomma torno ad animare le pagine di questo blog per parlare dell’ormai famigerato spot contro l’omofobia presentato in pompa magna (è proprio il caso di dirlo, mi si perdoni la battuta da cabarettista di periferia) dal Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna. Mi sento di dire qualcosa non solo in quanto finocchio ma anche perché, scusate la falsa modestia, un pochino la pubblicità la conosco.

Ma prima, una precisazione.

Mi duole ammetterlo ma almeno la Mara stavolta c’ha provato e quel minimo di buon senso che mi è rimasto non può esimermi dal riconoscerle un qualche merito. Certo, la ragazza ha ancora tanta strada da fare, per carità, però di questi tempi uno spot contro l’omofobia da trasmettere su tutte le tivvù è sempre meglio che gnente, soprattutto se nelle strade continuano a prenderci a randellate o a gonfiarci come maritozzi.

E poi basta con questa storia che a noi finocchi non ci va mai bene niente quando si parla di noi: prima ci lamentiamo che ci dipingono tutti coi lustrini, poi alziamo gli occhi al cielo se ci ritraggono tristi e sconsolati, poi ancora tuoniamo come vecchi Soloni se fanno entrare in un reality una consorella troppo stridula. È ora che ci si rassegni: non ci capiranno mai. Ogni volta che proveranno a interpretarci, a inserirci blandamente in una qualche categoria estetico-televisiva, ogni volta che proveranno a parlare a nome nostro, ci sarà sempre qualcuno che avrà da ridire e storcerà il naso di fronte a una battuta fuori luogo, un clichè troppo marcato, una caratterizzazione troppo forte.

Il punto su cui si concentra la mia critica, stavolta, è che quello spot fa obiettivamente cagare e non mi convince nemmeno un po’ non tanto come finocchio quanto come pubblicitario. Bastava rispondere ad alcune, semplici, domandine: a chi è diretto il messaggio? Quali sono gli obiettivi di comunicazione? Che tipo di messaggio si vuole lanciare? Ma soprattutto: va bene rifiutare l’omofobia, ma che immagine si vuole trasmettere dell’omosessualità? È qui che lo spot manifesta tutta la sua debolezza: perché l’omosessualità non c’è proprio e se c’è è latente, nascosta, insabbiata. Quasi ti viene da pensare che la vera stupidità dell’omofobia sta nel fatto che si ha paura - e per questo si aggredisce, si addita, si corca di mazzate -  qualcosa che non conta, non ha importanza, semplicemente perché non si vede. E quasi in un ipocrita gioco sofistico, se ci pensate. Un po’ come il buon vecchio Epicuro che risolve il problema della morte dicendo: ragazzi, che coglioni che siete, non bisogna avere paura della morte perché quando ci siamo noi non c’è la morte e viceversa. Ecco, siccome negli ultimi tempi volano coltellate come in un film di Mario Merola, io avrei suggerito qualcosa di leggermente più efficace.

Lo spot è inquietante anche dal punto di vista visivo: ambientazione lugubre, un’atmosfera da serial medical di serie zeta, inutilmente drammatico e decisamente poco efficace rispetto al messaggio che intende veicolare. Perché diamine hanno scelto proprio un ospedale, per giunta un reparto di terapia d’urgenza? L’unica spiegazione che mi sono dato è che ai creativi che l’hanno realizzato avanzava qualche metro di pellicola di un qualche vecchio spot contro i botti di Capodanno. O di una delle prime campagne di sensibilizzazione contro le stragi del sabato sera e la guida sicura. O sulla donazione degli organi. O del sangue. Solo alla fine capisci che si parla di froci ed è proprio al termine di un immotivato climax ascendente - le sirene, le ambulanze, gli sguardi intimoriti, i medici che indossano i guanti - che le immagini sono accompagnate dal claim Nella vita certe differenze non possono contare. Come a dire: a mali estremi, estremi rimedi. Nella vita certe differenze contano eccome, ma ahimè, non sempre le cose vanno per il verso giusto e allora tanto vale fare buon viso a cattivo gioco. Certe differenze contano ma purtroppo a volte il caso ti costringe a non badarci più di tanto. Soprattutto se ti ritrovi in una corsia d’ospedale con l’appendicite in setticemia. O un guard rail conficcato nel cervelletto. O ti sono partite le coronarie e la tua collezione di bypass ha dato forfait. O anche se sei in coma vegetativo.

Vi dirò di più: non c’era certo bisogno di uno spot con ospedali e medici in divisa per spiegare alla sempre più numerosa schiera di omofobi che certe differenze nella vita non possono contare. Metti che una sera hai finito le sigarette e l’unico tabaccaio aperto è un tizio effeminato e con la erre moscia. Oppure che ti trovi nel deserto del Karakum e ti viene un merdone terribile e l’unica che può venderti un cachè efficace è una lesbica coi baffi e il capello ingelatinato. O che per puro caso finisci nel bel mezzo di una resa dei conti di lemuri malgasci incazzati come Erinni e l’unica possibilità di salvezza che hai è salire su di un canadair rosa pieno di forzuti G.I. Joe rottinculo. Eh sì, le differenze proprio non posso contare certe volte, soprattutto se stai crepando o se sei minacciato da un pericolo e sei visibilmente cagato sotto.

Sarebbe stato troppo audace per la nostra sexy Ministra assoldare qualcuno in grado di realizzarle uno spot capace di comunicare con chiarezza come stanno le cose. E cioè che le differenze non contano perché fanno parte della nostra vita: nelle strade delle città come dei paesini di provincia, sul posto di lavoro come a casa, nei ristoranti, nelle piazze, negli aeroporti, alla posta, nelle scuole, allo stadio e persino in posto insospettabile come le Chiese. Anziché ricorrere all’espediente del tizio che è portato d’urgenza al Pronto Soccorso - e grazie al secchio che non le noti certe differenze, magari in quel momento lì stai per crepare - sarebbe stato molto più sensato ritrarre l’omosessualità nella sua noiosissima normalità in altri contesti e con un altro messaggio. Mi sarebbe andato bene anche una roba banalissima - la butto lì, eh - sull’amore, l’uguaglianza, il rispetto. Magari con gente non in fin di vita e alla luce del sole.

Chè poi alla fine quei due loschi figuri che indossano i guanti con un’aria tutt’altro che rassicurante - sono loro i finocchi o no? Non si capisce - potrebbero anche essere lì lì per iniziare una sessione di fisting estremo. Non sai mai come ti viene, con questi pederasti invertiti.

Dev’essere una critica cocente per la povera Mara, lei che la televisione l’ha fatta nella sua vita precedente e certi meccanismi pubblicitari dovrebbe conoscerli. O forse è proprio vero che la sua carriera non sarebbe mai decollata, riservandole un ruolo da eterna bella gregaria tra le pentole fumanti di Mengacci.

Vacanze e zavorre


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Sembrava impossibile, eppure ce l’ho quasi fatta. Ancora due giorni di lavoro e poi finalmente me ne andrò in vacanza. Da solo.

Ebbene sì, quest’anno ho deciso di starmene per conto mio e organizzarmi un piccolo trip di tre settimane che non solo mi consenta di rilassarmi ma che soprattutto mi faccia scappare dall’Italia e mettere un punto sulla mia vita e capire una volta per tutte chi sono, dove vado e cosa voglio.

Non prima di aver risolto un paio di faccende che da sempre mi hanno creato qualche problemuccio ogni volta che sono partito per un lungo viaggio.

La prima questione è un’ormai annosa idiosincrasia tra il sottoscritto e la parte rimanente dell’universo omosessuale italico.

È per questo motivo che non rivelerò alcun particolare sulla meta (anzi: le mete) prescelte per godermi il mio sano e meritato riposo. Non è scaramanzia: è che io vorrei davvero far perdere ogni traccia di me per le prossime settimane. E soprattutto, dal momento che di certo non ho scelto una destinazione remota dimenticata dai più, non vorrei ritrovarmi un coro di entusiastici oh ma dai ci vado anche io perché giuro che potrei seriamente farmi prendere dal panico e non partire più.

Già perché il piccolissimo, quasi impercettibile inconveniente tipico di noi finocchie in carriera che facciamo le ferie ad Agosto è che poi ovunque tu decida di andare ti ritrovi un’orda di consorelle starnazzanti in gita che quasi ti viene il sospetto che ti si siano attaccate al trolley o che abbiano viaggiato nella stiva dell’aereo con il solo obiettivo di trasformare le tue vacanze in una squallida serata che manco la peggiore balera di Torre del Lago.

Certo, potrei rinchiudermi in un rifugio solitario su un cucuzzolo spelacchiato in Aspromonte e star pur certo che non avrò alcuna possibilità d’imbattermi in un gruppo di matte che intonano a squarciagola Donna con Te ma poi finisce che davvero non farò più ritorno alla Civiltà e sarò costretto a sposare la figlia baffuta di un potente e rozzo pastore di capre.

Esiste davvero un modo per evitare la presenza ingombrante e fastidiosa delle finocchie italiane in gita? Non so, un escamotage per schivare certe insopportabili milanesi smilze con le loro erre languide, o le chiassose romane capaci di trasformare ogni posto in una piccola Trastevere o peggio ancora certe vajasse napoletane che si fanno manifesto di ogni possibile clichè sulla pizza gli spaghetti e ‘O Sole Mio nella ferma convinzione che il folklore faccia tendenza?

Tutto ciò che posso asserire dall’alto del mio claudicante piedistallo su cui negli anni mi sono indebitamente arroccato, è che le finocchie che viaggiano sono una minaccia pandemica difficile da debellare. E come ogni forma di virus pestilenziale ad alto potenziale contagioso, l’unico modo per cercare di starne lontano (o quantomeno limitare il contagio) è evitare i luoghi eccessivamente affollati, soprattutto quelli segnalati sulla Guida Spartacus; i centri commerciali (perché si sa, certe ricchione non sanno andare oltre le gallerie Auchan e H&M e Zara rappresentano il top dell’esterofilia); le grandi catene di fast-food e le saune all’ora di punta, perché è scientificamente provato che prima o poi una cretina che urla come una dannata alla ricerca dell’amica persa negli anfratti oscuri a far pompe la si trova sempre.

L’altra questione tormenta le mie notti da circa una settimana e non so ancora come riuscire a risolverla. Il bagaglio. Condensare in venti chili venti tutto l’occorrente per tre settimane nette di viaggio mi pare un’impresa a dir poco impossibile alla quale, porca paletta, proprio non posso esimermi. Primo perché non voglio andare in giro come un barbone e secondo perché uno può prendere tutti i taxi del mondo, scegliere solo percorsi fatti di tapis-roulant e approfittare di tutte le agevolazioni che una città civilizzata può offrire per coloro che deambulano su una carrozzella ma non c’è nulla da fare: un bagaglio pesante è una fonte inesauribile di stress.

Sono giorni che guardo le pile colorate di t-shirt che animano il mio guardaroba, le interrogo una ad una, le seleziono, le giro e rigiro con preoccupata concentrazione per trovare abbinamenti possibili. So che loro mi osservano e che vorrebbero tanto venire con me. Quasi mi sembra sentire le loro preghiere, come cuccioli in un canile o negretti del Malawi in attesa di essere adottati da una popstar cinquantenne con un mai sufficientemente sopito desiderio di maternità.

Idem dicasi per i pantaloni, le scarpe, le camicie. Non aspettano altro che un mio cenno, come tante aspiranti miss in costume bramose di sapere che l’avventura continua.

Ma non posso accontentare tutto il mio guardaroba: devo farmi forza e pensare che in qualche modo quell’ammasso di cotoni e fibre brandizzate capirà: sono nove euro per ogni chilo in eccesso del mio bagaglio da stiva. Ed io ho una manciata di aerei da prendere e una sacca beauty che da sola pesa già cinque chili: a nulla sono serviti l’accappatoio in microfibra che piegato ha le dimensioni e il peso di un fazzoletto né il phono da viaggio smontabile che quasi sembra uscito da un Ovetto Kinder.

Potare, potare, potare è la parola d’ordine.

E poi, a dirla tutta, adoro l’idea di avventurarmi in tutta leggerezza verso chissà quali nuove avventure, disastri pseudo-sentimentali, casini internazionali, notti più o meno brave. Senza le zavorre sedimentate del passato né quelle ancor più ingombranti del presente, ma con la sola voglia di svolazzare leggiadro e impenitente.

Perché uno può darsi delle aree e dire che va in vacanza da solo per ritrovare se stesso ma ciò non toglie il fatto che abbia intenzioni molto, molto bellicose.

Buone vacanze a tutti!

Partire è un po’ come mentire


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So che non sarà facile arrivare indenne alle ferie. O al massimo potrei anche farcela ma so già che potrei ritrovarmi ad Agosto senza più unghie da mangiare o con una biro conficcata nel cervelletto per sfogare un momento di incontrollata stizza.

Le serate in città sono troppo calde - e magari rischi di essere pure accoppato da una ronda o da un’orda di ultras inferociti, che è un po’ lo stesso.

I week end diventano insopportabilmente vuoti e mi manca la smania invernale di andare a fare shopping quando non ho nulla da fare. E poi sono cominciati i saldi e non c’è nulla di più disperato di un giro forsennato per negozi per accaparrarsi gli avanzi di stagione.

Andare fuori città - in costiera o chessò, su un qualche rifugio sugli Appennini - mi fa sentire vittima di certi clichè medio borghesi che un po’ mi stanno sulle palle.

E allora che faccio? Semplice, appena posso taglio la corda e vado fuori. Ma fuori nel senso di estero, lontano dallo squallore di questo paese sempre più piccolo e chiuso in se stesso e da questa città capace di produrre solo vergognosi fenomeni da baraccone.

Dice: fai la frocia che viaggia e appena può sculetta col suo trolley. Ma come la metti col lavoro?

Eh già perché non si può sempre mica partire e prendersi ferie come se piovesse.

In fondo percepisco ancora uno stipendio e tecnicamente sono tenuto a presentarmi regolarmente in ufficio dal lunedì al venerdì. Come si fa, allora, a rosicchiare qualche giorno e allungare il week end quel tantinello che basta per regalarsi davvero l’opportunità di farsi un giro oltre lo stivale con la complicità di una delle tante compagnie low cost che svolazzano dai nostri aeroporti?

Bisogna saperci fare, ahimè.

Dice: semplice, basta chiamare un venerdì mattina e darsi ammalati o inventarsi qualche scusa banale il lunedì, non so, un auto che non parte, un malore improvviso di un parente, un imprevisto qualsivoglia che vi impedisca materialmente di presentarvi al lavoro.

Crediate che sia facile? Pensate che il gioco stia tutto nel fare una telefonata?

Fortunati voi, se lavorate in un luogo in cui che ci siate o no, non importa a nessuno. Per quanto mi riguarda, ho sempre lavorato in aziende in cui per prendersi anche solo mezza giornata libera occorreva compilare almeno dieci moduli con un mese d’anticipo, accendere tre candele alla cannella in onore di Mami Wata il primo lunedì dopo il plenilunio, bere il mestruo di una vergine illibata di Casoria e attendere un’autorizzazione scritta con timbro in ceralacca seguita da almeno una decina di giorni di muso lungo da parte del boss di turno nel lasso di tempo immediatamente precedente e successivo al tragico e inverecondo sacrilegio.

Quasi come se la mia assenza fosse un atto di infamità bello e buono, un tentativo sinistro di sabotare le sorti dell’azienda, una calamità da scongiurare con ogni mezzo. Ti immagini che Bertolaso sia chiamato d’urgenza il giorno della riprovevole assenza per verificare gli incommensurabili danni e magari finisce pure che te lo vedi in un servizio al tiggì mentre si aggira con l’elmetto intorno alla tua scrivania con l’aria preoccupata e il piglio di chi vuol dimostrare di avere  tutta la situazione in suo pugno.

Nel mio quasi lustro di carriera sventurata ne ho viste davvero di tutti i colori. C’era il boss tranquillo e tutto pacche sulle spalle che accoglieva ogni mia richiesta di ferie con un caloroso sorriso e un pacchiano non c’è problema che sembrava uscito dritto da un film di Thomas Milian. Per poi caricarmi di lavoro così tanto nei giorni precedenti la data fatidica che finivo puntualmente con sentirmi una merda per aver solo pensato di assentarmi. Qualcosa tipo una madre snaturata dopo aver abbandonato in un campo di concentramento nazista i suoi due gemelli con una voglia a forma di stella di David sulle chiappe.

C’era poi il boss che non leggeva mai le email e così ogni volta che avevo bisogno di un giorno di ferie ero costretto a vivere una sequenza fantozziana con tanto di saliva azzerata, mano sudata e lingua ingarbugliata. Non mi rispondeva mai con un o un no netto e distinto ma nei suoi occhi brillava un accecante barlume di odio viscerale che non sapevo mai cosa avrebbe fatto di me una volta che riuscito a esprimere più o meno correttamente la mia richiesta. Quell’uomo sarebbe stato capace di portarmi su di un dirupo deserto, legato e imbavagliato e mi avrebbe colpito a sassate fino a ridurmi al coma, o mi avrebbe dato in pasto ai lupi, o avrebbe fatto di me mangime dopante per polli, ne sono certo. Se sono scampato a questo terribile pericolo è stato solo perché ho cambiato lavoro e perché mi sono dato una calmata coi permessi. 

Oppure c’era il boss dalla debole sinapsi che guarda caso tendeva sempre a dimenticare che proprio in quel giorno lì non sarei andato al lavoro ed era tutto un proporre cose e fissare riunioni e assegnarmi scadenze salvo poi annullarle di fronte al mio imbarazzato remind e commentare laconico: ah giusto, quel giorno tu non sarai in ufficio. Come a dire: sei sempre il solito perdigiorno su cui non si può mai contare. Poco importa se mi facevo il mazzo dodici ore al giorno, che c’entra.

È per tutti questi piccoli e grandi soprusi che mi sono convinto che il mio sacrosanto diritto di prendermi un giorno o più di permesso e concedermi dei sani week end di evasione da questo paese di puttanieri e topolone rampanti debba essere difeso con le unghie e coi denti ricorrendo alla sublima arte della menzogna.

Quando c’è di mezzo la salute non si può che alzare le mani - più o meno - e fin quando non vi spediscano una guardia medica a casa, la malattia è l’unica soluzione possibile per assentarsi legittimamente al lavoro senza che vi facciano troppe storie e bypassare lo stress della richiesta di permesso per altro anche non retribuita, in alcuni casi.

Anche in questo caso, se pensate che basti inscenare un banale raffreddore e un po’ di voce roca al mattino quando chiamate per avvertire, siete fuori strada. Io ho avuto un titolare che nemmeno di fronte al cancro alla mammella di una collega s’è fatto scrupoli e ho sentito con le mie orecchie farfugliare qualcosa tipo poverina mi spiace seguito da un impietoso certo però ti stai assentando un po’ troppo senza nemmeno pensare che forse un giro di chemio non è proprio come un giro di shopping a Montenapoleone.

E insomma certi geni dell’alta imprenditoria italica non meritano nemmeno un po’ di rispetto e dunque è più che legittimo prenderli per i fondelli, quando si può, per dedicare un po’ di tempo a se stessi.

Tutto sta nell’avere un po’ di faccia di culo, senso scenico, un medico compiacente in grado di fornirvi di certificato medico autentico e un minimo di doti di pianificazione strategica per seguire alcune facili regolette.

Innanzitutto, non ci si sente male da un momento all’altro, o dalla notte al giorno. Mai. A meno che vostri pasti quotidiani siano a base di painkiller o non vi venga un ictus o un infarto fulminante, ma direi che non è il caso.  La vostra malattia deve manifestarsi con un netto anticipo. Almeno due o tre giorni. Tutti devono accorgersi che non state bene, che c’è una minaccia che attenta alla vostra salute e alla vostra professionalità. Voi dovete far capire a colleghi e superiori che ce la state mettendo tutta, che state davvero male ma che bisogna pur mandare avanti la carretta e no, ci sono cose troppo importanti al lavoro e non è proprio il momento di restare a letto e indugiare. Avrete ottenuto il massimo solo quando vi si dirà: ma stai male, vuoi andare a casa? E voi ancora a rispondere: no, io non mollo mai. Ricordate: il vostro obiettivo non è avere un paio d’ore libere: voi dovete puntare a un giorno intero, un lunedì o un venerdì, per godervi il vostro week end lungo. Due o tre giorni di messa in scena sono più che sufficienti ma attenzione a non esagerare: non calcate troppo la mano e badate di non trasformarvi in un lazzaretto ambulante.

Secondo: l’originalità, prima di tutto. Non significa inventarsi chissà quale rara malattia contratta dopo che siete venuti a contatto con un piccione viaggiatore della Polinesia. Originalità vuol dire avere quel minimo di inventiva che vi rende credibili. Saper elencare con accuratezza scientifica il disagio che rende le vostre notti insonni e le vostre giornate terribili, spiegare con convinzione e sicurezza i motivi che impossibiliteranno di qui a breve la vostra assenza sul posto di lavoro. Nella top ten di malattie, i disturbi intestinali: la colite è sempre una certezza, se accompagnata da spossatezza e malessere generale. Non bisogna certo aver studiato all’Actor’s Studio per destreggiarsi sapientemente in ufficio e lasciar credere a tutti che proprio non ce la fate ad andare avanti. Anche il dolore cervicale è un ottimo pretesto, con tanto di dolori lancinanti, mal di stomaco e vomito, giramenti di testa. Dosate con accuratezza tutti i sintomi ed effetti collaterali, documentatevi su eventuali medicinali e cure mediche, se necessario fate anche ricerche su internet per essere sicuri di non dire cialtronate.

Personalmente, al primo posto tra le mie malattie da week end ci sono i disturbi nevralgici del trigemino e la perforazione del timpano. Sono così ferrato sulla materia da poter condurre un intera puntata di Elisir sul tema e sono così affinato nell’invenzione scenica che a volte quasi ho cominciato a somatizzare.

Terza e ultima regola. Assentarsi non vuol dire sparire. Una chiamata in ufficio durante la giornata in cui siete assenti è sempre un buon segnale di attaccamento al lavoro e professionalità. Poco importa se siete in coda al check in per raggiungere una metropoli europea, o se siete in ammollo su una spiaggia dorata in Sardegna o se siete appena arrivati in cima ai monti di Vattelappesca. Una telefonata per aggiornare sullo stato della vostra salute e per sapere se in ufficio è tutto sotto controllo nonostante la vostra assenza è decisamente un escamotage per depistare eventuali sospetti da parte del boss tiranno o dei vostri colleghi rosiconi. Mi raccomando però: tono dimesso, tipico di chi non s’è mosso dal letto e che ha mangiato in bianco. E attenzione ai rumori di fondo. Insomma, prima di comporre il numerino badate di non far sì che nel corso della telefonata sia facilmente udibile un messaggio tipo Ultimo avviso. I passeggeri diretti all’isola di Fancazzistolandia sono pregati di dirigersi all’uscita numero 4.

Una volta tenuti a mente questi tre semplici trucchetti non vi resta che godervi il vostro week end lungo di evasione. Con un’ultima raccomandazione: non tornate in ufficio con un’abbronzatura rosso tacchino stile Premier infoiato a Villa Certosa e conservatevi qualche neurone ancora attivo per continuare a mentire inventando storie di sofferenze umane indicibili. Checché se ne dica, le bugie hanno la gambe corte, è vero.

Ma alle volte basta saper portare il giusto paio di stiletto e vi assicuro che si può camminare a lungo felici.

Segnale di vita (più o meno) presente.

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Qualcuno di voi avrà forse notato la mia assenza, da un mese circa, sulle pagine di questo sito. No, la crisi dei trent’anni non ha prodotto danni irrimediabili al mio sistema nervoso, anche perché non dovevo certo aspettare di soffiare su trenta candeline per sentirmi in crisi, figuriamoci.

È che ho avuto una sorta di blocco dello scrittore, o quasi. E si sa, quando non si riesce a scrivere o si è troppo felici e troppo proiettati a vivere la propria vita o si è così depressi da non avere nemmeno un minimo di forza nelle falangi per digitare un laconico messaggio di aiuto. Diciamo che io sono stato sia molto felice sia molto depresso, a volte anche nello stesso tempo. Ma si sa, se i misteri della psiche sono infiniti e io visto da dentro sono un labirinto così complesso che la buona Arianna anziché spicciarsi col filo ci si sarebbe impiccata.

L’altra ragione per cui mi sono rinchiuso nel silenzio è che ho finalmente capito che ho tre - e dico tre - modalità di vita che si alternano tra loro più o meno casualmente.

Ci sono giorni in cui divento spettatore della mia stessa vita, riesco così perfettamente a guardarmi da fuori (e dentro) come se riuscissi davvero ad astrarmi da ciò che sono e riesco a descrivere ogni singolo pensiero partorito dalla mia becera mente. Idem dicasi per le considerazioni generali sulla vita, riflessioni sparse, idee brillanti che mi risolvono la giornata al lavoro, piccoli e grandi flashback proustiani e via dicendo. È il momento migliore in cui esprimermi alla tastiera (non nel senso di piano bar, per carità).

Ci sono altrigiorni in cui mi sento mosso dagli istinti più viscerali e sono tutto un eccesso, a volte costruttivo, a volte tragicamente distruttivo.

È in quei giorni lì che combino la maggior parte dei miei disastri: non ho freno alcuno, che si tratti del mio conto in banca, della mia lingua biforcuta pronta a colpire isterica e spietata, o di qualsiasi altra passione mondana. Non mi fermo di fronte a nulla.

Ci sono poi altri giorni in cui sono semplicemente travolto dalla frustrazione della routine e allora mi trasformo in una sorta di lombrico amorfe privo di qualsiasi espressività. Mi trascino indolente dal lunedì al venerdì senza emozione e quasi mi sembra di affogare in un mare magnum di insignificatezza.

Tutto questo pippone per dire che le ultime settimane sono state davvero dure - con giorni esaltanti e altri schifosi, novità e solite vecchie cose, risate di gioia e qualche pianto fin troppo soffocato. Del resto la mia vita è così ed è giunto il momento che me la faccia piacere per quello che è senza fare troppe storie.

E insomma nel bene o nel male visto che qualche segnale di vita più o meno è presente, ho deciso di riprendere le trasmissioni.

Addio al Ventennio

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I pensieri svolazzano errabondi agitati dall’unica coppia di neuroni sani che mi sono rimasti, in queste ore che precedono il mio trentesimo compleanno. Non mi fanno paura, i 30 anni, così come non mi atterrisce lo scadere del tempo in sé, né le cose che si porta via, dal viso liscio ai capelli neri al metabolismo che d’ora in poi è destinato sempre più a rallentarsi rendendo sempre più penosi i miei momenti di intimità con la bilancia.

Da questo momento in poi rientro perfettamente nella categoria sociale dei trentenni, che è un po’ come dire tutto e niente.

Non sono schifosamente felice ma nemmeno alla canna del gas. Non faccio i salti di gioia ma non passo nemmeno le mie serate ad ascoltarmi l’intera discografia di Marco Masini meditando pensieri cupi. Non sono di quelli che si fa prendere dai rimorsi e non dico che rifarei tutto uguale ma se proprio potessi tornare indietro eviterei di buttare nel cesso alcune cose che ho gettato distrattamente negli ultimi anni, vinto come sono dall’indolenza e dall’accidia. Insomma è andata come è andata, un po’ ho perso un po’ ho vinto, anzi, ho decisamente perso tanto ma al tempo stesso ho anche vinto al banco e a volte anche col minimo sforzo. E insomma io non so che cacchio dire a tutti quelli che di qui a qualche ora mi chiederanno come ci si senta ad aver varcato la soglia del tre.

Francamente preferisco non pensarci e proprio per questo motivo mi terrò occupato: ho organizzato un mega-festone per avere intorno a me le persone a cui più sono affezionato e mi sono regalato una breve fuga ad Amsterdam nei prossimi giorni per far sì che l’ultima coppia di neuroni possa ricongiungersi felicemente con gli altri confratelli innalzando i calici alla salute mia.  Happy birthday to me.

Baby pret a porter

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Se c’è un proposito a cui ero riuscito a tener fede con mia grande ed evidente sorpresa è che non avrei mai e poi mai comprato un capo firmato D&G. Lo giurai solennemente un bel po’ di anni fa, dopo anni passati a sbavare di fronte alle loro collezioni e ad ammirare estatico le creazioni dei due noti stilisti dalle riviste di moda.

Avevo comprato una tshirt - che ancora oggi conservo da qualche parte - che in brevissimo tempo è andata ad arricchire l’ampia gamma di capi che testimoniano il mio a volte infelice rapporto col guardaroba. Era una roba improponibile bi colore, metà rosso ciliegia e metà fucsia, con l’infame logo stampato tono su tono all’altezza del capezzolo destro.

Insomma avrei fatto prima a farmi un miniabito tutto tempestato di tessere dell’Arci, sarei passato meno sott’occhio e soprattutto non mi avrebbero scambiato con lo sbandieratore della Contrada della Cula Rotta al Palio di Siena.

Col tempo ho sviluppato un odio viscerale verso quelle due mentecatte. Le quali - è vero, bisogna pur riconoscerlo - sono quasi sempre bersagliate come emblema di una finocchiaggine persa e svampita, superficiale, tutta lustrini e puzzetta sotto il naso. Non che facciano qualcosa per risultare simpatiche: le loro interviste sono noiose come un film bulgaro sottotitolato in cecoslovacco, hanno sempre l’aria imbronciata come gli fosse rimasto impigliato un pelo del pube sulle tonsille e soprattutto non si schiodano mai quella cazzo di mazza in culo che si son ficcati per apparire, una volta tanto, meno saccenti e altezzosi. E sempre con quella storia assurda che loro son cresciuti dal nulla e poi le amicizie famose con la Naomi e Madonna e quegli aneddoti finti e artificiosi che si vede lontano un miglio che c’è qualche schiavetto che si preoccupa di scrivergli due righe da raccontare alla stampa. Perché ci scommetto le mie mutande con l’elastico floscio comprate al mercato che quelle due passano gran parte delle loro giornate completamente strafatte di chissà quale roba mentre un’orda di manzi usciti dritti da un film porno perlustrano curiosi i loro anfratti più reconditi col braccio.

Per quanto le parole appena espresse denotino una leggerissima punta di acredine nei confronti dei due sartini di successo, posso sinceramente affermare di aver da tempo risolto il mio personalissimo problema col marchio D&G facendo ben valere il mio diritto di consumatore e rifiutandomi categoricamente di acquistare capi griffati dalle loro mani sempre fresche di manicure.

Fin quando, l’altro giorno, sono cascato nella trappola.

Ero in cerca di un regalo per il mio adorato nipotino che proprio oggi compie un anno. Per quanto ultimamente le mie finanze siano precipitate in un abisso senza fondo, complice un paio di pomeriggi di shopping forsennato e senza criterio, sapevo già che non avrei badato a spese. Perché quel piccolo ometto mi ha riempito il cuore sin dal primo momento e regalargli tricicli e libri di favole e vestiti e scarpette e peluche e giochini di ogni sorta mi sembra il minimo sindacale che uno zio - ricchione e senza qualcuno al suo fianco che se lo sia pigliato - possa fare.

È stato così che  sono venuto a conoscenza del diabolico mercato della moda per bambini. In parte già conoscevo il fenomeno, vuoi perché non mi perdo un numero di Vanity Fair, vuoi perché tutto sommato sono pur sempre un pubblicitario e quel briciolo di professionalità che mi ritrovo ogni tanto lo uso per mantenermi aggiornato sulle nuove tendenze dei mercati.

Detto proprio francamente: trovo che la moda per bambini sia una pura perversione del marketing. E non mi riferisco a quei brand storici che hanno da sempre operato nel settore: parlo delle tante case di moda e delle tante cule stiliste che hanno invaso il mercato per ampliare il loro business: da quella mummia rinsecchita di Cavalli alle già menzionate Dolce e Gabbana, seguite a ruota da tanti nomi più o meno noti nel mondo fashion.

Quest’orda di assatanate strafatte di botox e cocaina ha trasformato un mondo più o meno incontaminato di abitini delicati e magliettine colorate in un giardino d’infanzia del Billionaire, certi di fare breccia nel cuore di mamme shopping-dipendenti, nonne e zii amanti delle griffe che bramano a vedere i loro pargoli in abiti già maturi come tanti piccoli puttanieri e piccole zoccole in erba. Ed è proprio questa la principale perversione su cui hanno fatto leva quei geniacci del marketing.

Già perché voi mi dovete dire se non è perversa l’idea di mettere ai piedi di un poppante un paio di Richmond o una camicia Blueberry o una felpa di Bikkemberg. Cosa mai vi aspettate? Che il vostro adorato figlioccio di sette mesi salti di fronte allo specchio dalla gioia? Che vi chieda espressamente un paio di Nike per uscire con la compagnia al sabato senza sfigurare? Vi aspettate per caso che la cuginetta o la nipotina che passa le giornate intere a sbrodolarsi - come è giusto che sia - vi metta le braccia al collo commentato grazie nonna, mi ci voleva proprio una ventata di freschezza nel mio guardaroba?

Che buona parte dei nostri acquisti in beni voluttuari siano frutto di un impulso che scatta nelle nostre menti vuote, questo era ben chiaro. Ma l’idea di far spendere anche cento euro per un paio di scarpette numero 20, che il poppante indosserà sì e no per una stagione, solo perché hanno il marchio della nostra griffe preferita o soltanto perché son tanto carucce è una pura mostruosità ed un chiaro segnale della terribile logo-dipendenza in cui siamo caduti, esseri abietti che non siamo altro. Lo stesso dicasi per le giacchette, le felpe col cappuccio, i pantaloni coi tasconi per povere creature che ancora devono imparare a camminare, tutine per la notte con fantasie accese, tutta robaccia che ha poco a vedere con il gusto per l’estetica ma che colpiscono dritto in quella smania raccapricciante di voler considerare i bambini come piccoli uomini e piccole donne in miniatura.E soprattutto, tutta roba prodotta a Taiwan oppure in chissà quale losco laboratorio cinese alle porte di Prato a due soldi e venduta con ricarichi percentuali a cinque cifre.

Non si pensi che mi sia messo su di un trespolo a predicare la corruzione dei tempi: non ho alcuna velleità di moralizzatore né potrei permettermelo; e poi, francamente, è di una noia tremenda. Il punto è che, come dicevo, anche io sono caduto in questa trappola infame. Ho comprato un costumetto da mare e una tshirt con delle stupide stampe e quel logo coatto D&G stampato ovunque. L’immagine di quel fagotto che ruzzola sulla spiaggia tutto griffato ha prevalso sulla briciola di buon senso che mi ritrovo e sull’odio viscerale che nutro per quelle due sartine buone manco per il brodo.

Mi sono sentito così scemo, una volta uscito dal negozio. L’unico pensiero che mi consola è che al mio delizioso nipote non importerà una beata mazza del mio regalo. Darà un occhio curioso ai colori della carta da regalo, proverà a mangiarsela, agiterà le manine emettendo suoni divertiti nella sua lingua, farà un grosso pernacchio come ha di recente imparato e poi tornerà a giocare estasiato con la sua pallina di spugna preferita. Che Dio lo benedica.

Dì qualcosa di destra, Gianfrà!!

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Sono tante le differenze tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi.

Uno è smilzo, aria defilata, orribili cravatte pastello e una fila di lato che sfida qualsiasi agente atmosferico. L’altro è sempre più tarchiato e tracotante, liftato, baldanzoso nei suoi tacchi da alta manifattura artigiana, un’abbronzatura artificiosa frutto di un’overdose di fard e un innesto tricologico che è un miracolo quotidiano.

Uno parla solo dopo aver pensato a lungo, calcolando freddamente ogni sua mossa, mosso da smaniose velleità pan-istituzionaliste. L’altro è caciara e furor di popolo, trascinatore delle masse, declamatore di programmi elettorali in diretta tv o da uno scomodo predellino, animatore per feste  e cerimonie, all’occorrenza anche chansonnier, sultano di Sardegna e Milano due e gran puttaniere.

Entrambi sono il sintomo di un’evoluzione post-ideologica frutto di una deriva culturale senza precedenti: ideologie usa-e-getta, valori preconfezionati su specifici target elettorali, spettacolarizzazione della politica e spregiudicato mescolamento di carte tra pubblico e privato, senza soluzione di continuità.  Ognuno ha un suo preciso piano frutto dell’incessante lavoro di spin doctor e consulenti di immagine e marketing: Gianfranco mira a scrollarsi di dosso una volta per tutte il sempre più ingombrante ruolo di delfino e di eterna promessa della politica italiana. Silvio mira al Quirinale, sublimazione di una carriera folgorante, coronamento di un progetto a mala pena sfiorato dal buon Bettino e dal divino Giulio e che né l’abnorme conflitto di interessi né gli scivoloni internazionali o le beghe di famiglia e i festini a base di Cialis potranno ostacolare.

Ma c’è una sottile, macroscopica, differenza tra i due leader quando si parla di ideologie. Se per il Cavaliere di Arcore le idee sono solo abiti confezionati comprati alla Standa da indossare con impunita disinvoltura in base alle occasioni - ora industriale liberista, ora populista assistenzialista, prima operaio, poi costruttore, poi libertario e poi ancora bigotto cristiano dalla lacrima facile a favore di telecamera - Gianfranco Fini è davvero ossessionato dal peso delle ideologie e anziché usarle come innocui Kleenex di cui liberarsi una volta soffiato giù, ne sente tutto il preoccupante fardello e non gli pare mai abbastanza per smarcarsi, per chiarire, per prendere le distanze, colpire e affondare nell’ottica di un definitivo allontanamento dal passato nero che più nero non si può.

È quasi paradossale guardare le mirabolanti avventure di Silvio e Gianfranco nel mondo della politica: il primo è ormai diventato un abile camaleonte pronto a fare e disfare, dire e poi smentire, ché tanto c’è sempre il popolo coglione che davvero pensa che sia stato frainteso, che è tutto un complotto di quei cattivi signori della Sinistra, persino il divorzio da Veronica, perché il Silvio è tanto buono in fondo e bisogna solo lasciarlo lavorare.

Gianfranco è quello che si fa il mazzo, si fa i viaggi in Israele, si mette la kippà, litiga coi suoi per battersi a favore della fecondazione assistita, della morte biologica, per il voto agli immigrati, si infervora contro i provvedimenti anti-clandestini, l’ingerenza vaticana nella legislazione del Parlamento. Mentre Silvio risolve tutto regalando il suo sorriso da Fernandel e qualche battuta spiritosa che rompe il ghiaccio, Gianfranco è lo studente secchione che non gli va mai di culo e che, anzi, ogni volta fa uno sforzo della Madonna per smarcarsi e dire la sua e tutti gli danno del pazzo rincoglionito.

Me lo immagino la sera, chiuso nel suo studio illuminato da una fioca luce, circondato da scartoffie e libri polverosi, mentre si arrovella infelice e maledetto su che cazzo ancora gli resta da sdoganare per sentirsi libero e affrancato dal peso del suo passato. Farsi vedere in una Caritas a servire pasti caldi ai barboni? Lanciare biglietti di benvenuto ai barconi di immigrati clandestini al largo di Lampedusa? Visitare la tomba di Stalin? Farsi un altro giro ad Auschwitz? Farsi riprendere pubblicamente nel rituale di circoncisione in segno di solidarietà al popolo ebraico? Cantare Bella Ciao al piano bar? Lanciare qualche dichiarazione alle agenzie stampe tipo Il Fascismo oltre a essere il male assoluto era una cagata pazzesca? Esibirsi in qualche divertente siparietto in tivvù in cui imita, chessò, la mitica Fiorenza di Un Sacco Bello?

E immagino la stizza, il livore, la bile verde acido che monta, all’idea che son le tre di notte e lui è ancora lì coi suoi pensieri mentre Silvio è chissà dove a fare all’amore con qualche bella signorina, magari fresca diciottenne o a intrattenere i suoi ospiti che lo ammirano estasiato, ad Arcore come a Casoria, a fare le foto coi camerieri, intonare canzoni goliardiche, raccontare le sue ignobili barzellette, così gradasso, così pascià, così Imperatore.

Cosa può fare, quest’infelice leader perennemente erede al trono, sempre più ossessionato dal post-ideologismo e dall’ingrombrante presenza di un alleato-competitor inaffondabile, invincibile, insuperabile in termini di consenso e popolarità?

La strada più facile, quella sperimentata sin’ora, seppur con tanta fatica e procurandosi tante antipatie, è stata quella di stupire con effetti straordinari: dichiarazioni lampo che acchiappano più a Sinistra che altrove, che ruzzolano per un po’ nel pollaio giustizialista di Di Pietro e nello scenario tragicomico dell’enorme fallimento del Partito Democratico. Ma a che pro? È davvero questa la strada da seguire, caro il mio Gianfranco, per liberarci tutti dal nano di Arcore? È davvero questa la strategia che ti porterà dritto a Palazzo Chigi?

Eh no caro mio. Non ci sto.

Voglio improvvisarmi un novello Nanni Moretti del Centro Destra e urlarti a squarciagola: dì qualcosa di destra, Gianfrà! Dì qualcosa che sappia di destra moderna, seria, rigorosa, dannatamente Destra, che più Destra non si può! Metti a tacere tutte le chiacchiere che ti vogliono ormai prossimo alla deriva centrista, fa vedere che sotto quei completini in lino hai ancora due coglioni da figlio della Lupa. Sai quanto gliene frega, al tuo popolo, di fare i conti col Fascismo? Una mazza, Gianfranco, una mazza! Te cerchi di consolidare l’alto profilo istituzionale con le visite a Israele, ma sono certo che l’unico modo per smetterla di fare l’eterno secondo è farti un giro all’Esselunga, farti vedere più spesso allo stadio, dire più cazzate populiste ed eliminare troppe smanie da grande statista.

Dì qualcosa di destra, Gianfranco, prima che Storace mangi la tua testa su un vassoio d’argento. Prima che la Santanchè ti inculi con un fallo artificiale. Prima che Er Pecora ti sfinisca con un rutto bestiale. Prima che i fantasmi di Rauti e di Almirante vengano a tormentarti il sonno peggio di quanto già facciano. Prima che la signora Almirante non ti avveleni con la tinta per i capelli.

Dì qualcosa contro gli zingari, contro i finocchi, contro gli operai. Schierati a favore di qualche Cardinale negazionista, mangia la foglia e dichiara una volta per tutte che gli omosessuali non posso fare i maestri ma nemmeno i cantanti o i ballerini.

Fà qualcosa, Gianfranco caro, dì qualcosa di destra prima che il sottoscritto, che resta pur sempre un lercio comunista in crisi d’identità,  non ti prenda davvero in simpatia e si decida a votarti.